2009, l’anno peggiore del secolo.
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Freight train, Freight train, run so fast
Please don’t tell what train I’m on
They won’t know what route I’ve gone
When I am dead and in my grave
No more good times here I crave
Place the stones at my head and feet
Tell them all that I’ve gone to sleep.
When I die, Lorde, bury me deep
Way down on old Chestnut street
Then I can hear old Number 9
As she comes rolling by.
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“Il sole sorge sommo sulle distese verdi” (da Karate Kid 4)
“Quanta benzina abbiamo?
Non molta.
Ok” (da Zombie, Gorge Romero)
b: so che c’era una strada, il muro di fronte, lo chiamavano “muro del pianto”
T: era quel muro dove ti avventavi di nascosto, lo ricordo così com’era
b: non sai dov’è finito quel muro… potrebbero averci piantato dei fiori
T: quel muro è lì dov’era, non si abbattono per caso le pareti
b: sì, ma si possono respingere…
T: si possono respingere solo i corpi…
b: sta di fatto che quel muro divenne un santuario
T: le cose sono, le cose non diventano; sono perché sono-così
b: no; è perché voi tutti avete un piano, un piano maledetto
T: quel muro è lì
b: sì quel muro è da quelle parti insieme ai vostri piani maledetti
T: tutto è da quelle parti quando si parla di pareti
b: salivo quelle rampe, toccavo le radici, avevo il cielo che mi frenava attraverso
T: anch’io scendevo delle scale, poi le risalivo, ci passavo attraverso, a volte non vedevo il sole mentre mi dicevi che era lì
b: quando c’era il sole guardavi altrove, né toccavi le pareti, né raccoglievi i fiori, percorrevi il selciato finendo sui sassi che ti spingevano indietro…
T: raccoglievo solo ghirlande, il terreno le bruciava quando mi veniva addosso la luce, non c’era modo di uscire da quell’agonia
b: era la stessa che filtrava dentro quegli spauracchi che ammorbivano la contesa, mi sembrava un western con tanti duelli finali
T: poi la tua voce distoglieva tutto,
b: a me sembrava di ritornare a casa, posteggiavo l’auto, mi aggiravo come un fantasma, per entrare aprivo più di una porta, le richiudevo con circospezione
T: dovevi fare i conti col passato
b: dovevo fare solo qualche piccolo calcolo!
T: l’unico presente era quel muro, a ridosso dello spazio, sembrava ti accecasse, sembrava che sostituisse alla luce le tenebre
b: mi sembava che ci fossero solo candele accese e che da quel portone scavato nella roccia venissero tutti i probemi
T: l’unico problema erano i tuoi occhi che guardavano il tufo seppellito della piccola apertura che tu scambiavi per una porta
b: certe notti mi sembra di aprire tutte e tre quelle porte, di vagare come un ladro alla ricerca di oggetti seppelliti
T: mi sembrava che tu risalissi la corrente con cani predatori, a volte facevi perdere le tue traccie, a volte rimanevi sospeso anche tu
b: rimanevamo con quel peso sullo stomaco
T: era senz’altro il muro la causa di quell’assenza perché ponevi un muro più grande frutto di un’immaginazione tutta tua
b: la bocca diventava amara
T: la luce si divideva i compiti
b: mi sembrava che stentasse ad arrivare una risposta e così mi sentivo in bilico
T: imitavi lo stile verticale dei tibetani a ridosso di un dirupo
b: volevo che fosse chiaro lo sgomento
T: volevi che fosse chiaro solo il tuo sgomento
b: quando le persone attraversavano quel luogo si dividevano a due a due, e se erano due, diventavano scisse,
T: percorreva al sicuro la strada solo chi era solo
b: erano tutti soli in prossimità di quel muro
T: a volte mi sembrava di sentir cantare una strofa, anche tu la cantavi nei giorni migliori
b: era un ritornello
T: a me sembrava un addio
b: giusto un ritornello d’addio
T: l’addio non conosce ritornelli
b: eravamo sul punto di crollare
T: non volevi sentire ragioni
b: credevo di avere un piano migliore nella testa

vanno o vengono o mai più, s’intrecciano, come si raccolgono i pulviscoli, come gli insetti sulle molliche, quando si raccoglie la polvere che diventa matassa. o ora o mai più. vedo le tue verande saldate bene, da quella ferraglia inossidabile, quella cosa che i principianti chiamano “principio d’incertezza” mentre a volte le travolgi, o ti cadono a pezzi, e dandoti ragione fermo ad ascoltarti ripasso in flashback questi anni volati via. mi ritrovo cenere nella mani, mi ritrovo qualche dente di cristallo, una lurida sacca di bile, un’immonda immagine del passato. i miei piedi ripassano le orme, alle mie spalle copritori del mio posto, imitatori di cos’ero stato, attorno alla sagoma della schiena, sempre alle passate alchimie, cospargitori di catrame così al presente. li rivedo in un soffio, senza conoscerli, li vedo perché sono ridicoli, è la loro spudoratezza che fa di me il loro panopticon, non sono io che li guardo, sono loro che si mostrano a me. sono più opachi del velo di Maya, meno trasparenti delle mie gittate crudeli o verbali, inverosimilmente patetici se li ritrovo nello specchio che fu della mia età remota. li vedo in tutti gli aspetti quali ero stato, in tutte quelle cose che mediamente nel corso di 30 anni una persona è, e poi sarà, e poi continuerà ad essere quel che sarà, mentre quello che fui, quello che ero, non era mai, non si racchiudeva nel soggetto. era la mia migliore proprietà, indipendentemente dai reset, dai femo-immagini grutturali, dalle impalcature dietro i palazzi che cadono, dall’imminenza a cui rivolgo le preghiere più durature. sia quell’imminenza santità, sia quell’imminenza origine, sia essa la quintessenza dello scivolo che attraversa, o ora o mai più la vita.
le case sono territori da cedere e la certezza ferrea che ho di lasciare dei vuoti incolmabili, può rendere friabili gli abbandoni, le discoteche, la passeggera infiltrazione dell’acqua nelle mura, anche se si tratta di tubi che scoppieranno.
ogni tubatura è un macello chimico, ogni cosa che attraversa quella cartilagine d’acciaio è più forte di quel pezzo di ferro che la fa scorrere.
io ricordo le mie giornatate migliori, che erano giornate dove potevo camminare in una stanza girotondando la stessa mattonella, a parlare di agrumi come di qualunque altra entità mota o immota e ritrovo densamente lo sguardo in quei nodi dentro cui mi arrampicavo con voragini, con spigoli dietro la mia testa e se fossi caduto i pensieri avrebbero continuato a divorare ogni firmamento, ogni cosa accanto a me. eppure ero sempre solo, all’interno di un presentimento, che era che niente sarebbe rimasto reale, che niente sarebbe più stato intatto e che prima delle parole sarebbero andate via lingua, occidente e ossigeno e che qualunque cosa sarebbe stata vana, miseramente aliena, assurda nella sua consistenza drammatica. ho abbandonato tutti perché c’era bisogno di un bene supremo, di un bene che non era e che non è, che sta solo dentro la mente dei contabili, nella testa di quelli che fanno a botte con l’inferno e i suoi demoni, che poi Malle aveva capito meglio di me che non so filmare niente.
vedi che c’è mentre mi allontano, moltiplichi il dolore a consunzione, recuperi analogie tra le mie parole di distacco, e se allitteri tutto al fatto che sia idealista, se tutto è idealismo spinto, idealismo-sorpresa, finisci per credere che non ci sia vita; che ci sia o coraggio o superamento, e che se non c’è il coraggio non c’è il superamento e che se c’è superamento allora il coraggio è svanito, e così la volontà, e l’azione, e la vita. vorrei da una colonna corinzia, osservare il modo che la gente ha di scavalcare la merda, perché se c’è merda a sinistra la si supera a destra, e se è a destra, si va a sinistra, e così merda sarà, merda è… vorrei capire come si fa a superare il tracciato di merda, vorrei comprendere come si smette di camminare se si mangia, o di parlare se si sta sul cesso. mi piacerebbe cogliere nell’essenza, quello che a volte si dice quando si dice che “una cosa si supera”, come se si trattasse sempre di fare salti, oppure prendere a cazzotti le pareti, perché nemmeno ha più senso dire cane, dire fame, dire. capire come fanno ad amare persone identicamente buffe a quelle che avevano, come fanno a considerarle sostituibili, obliabili, superabili o superate; come fanno a sospendere le loro parole e tuttavia a parlare, come fanno ad estinguersi mentre spassano col carrello della spesa, cambiano decoder, risintonizzano i programmi, rispondono al telefono.
“continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri” (da I giardini di Marzo)
mi sembrava che o dovessi recuperare l’infanzia, oppure una corda.
il presente divenne un allarme; ritenevo che la morte fosse sempre più vicina.
anche tu mi parlavi così a certe ore della notte anticipando la paura.
divenni indeciso; potevo muovermi appena. e stavolta il desiderio non contava nulla.
non c’era più nessuno attorno a noi;
liquidavamo solo pietre in un lago.
mi ripetevo durante il giorno: “è come se mi fossi svegliato da un coma”,
e la notte aspettavo che bussassero alla porta.
mi lanciavo fuori casa alla ricerca della luce.
ero effettivamente solo, sebbene dall’altro lato della linea mi rispondesse qualcuno,
le sigarette scandivano i momenti di panico.
guardavo fuori dalla finestra.
nessuno mi chiedeva come mi sentissi.
il vulcano poneva la sua forza maggiore più del vento, poteva azzerare ogni piano.
le strada erano barricate e fuori pioveva sempre.
le cose si ristagnavano nel sordo fosso della cecità.
volevo precipitarmi dalle tue parti, irrompere nel tuo castello, portarti dei fiori.
mi dicevano nei sogni “dopo la fioritura la pianta morirà”.
quel tuo mutismo mi lasciava senza fede.
era un piano congetturato bene, e portava la tua firma.
a momenti le pareti si stringevano, dal soffitto grondava sudore, i palinsesti smettevano di vibrare.

Avviammo l’ìincendio, scorgendoci tra flotte maiuscole, cani inseguitori esplulsi a velocità maghetiche percorrendo dighe di latta io e te. Attraccammo a mezzogiorno in Alta Arabia con tutte i tuoi lapislazzuli nei fustini di Dixan con quella manovella plastica che ti sfondava la mano. Mi guardavi oceanica, illumavano col solito presagio apocalittico quegli occhi che mi stendevi davanti come un tappeto cinese, io lo percorrevo tra l’angoscia, nell’invisibilità di passi senza suono, tenendomi aggrappato al tuo braccio esile che mi portavo come un cordone ombelicale. Abbiamo viaggiato tra luce e spazio tutti le guerre Omayyadi, tutte le radure dove sfoggiavano i cavalli meravigliosi, e siamo arrivati nel deserto con scorte di liquidi sacri senza bisogno di fontane nascoste; senza bisogno di niente. La sabbia cristallizata eplodeva tra i capelli nostri, divagando sulla carestia ed i conti cifrati, dato che nell’altrove di un paese senza geografia, c’era solo materia chimica, parole omesse, gesti d’appartenenza clinica. Tu ed io foderammo l’Oceania, pittammo l’albero di nero che riprese a crescere, anche quell’albero figlio di Dio, come il creato, cospargeva cenere e carbone macchiandoci il tessuto delle mani. Lo piantasti nel retro del tuo giardino, e mi sembrava impossibile che crescesse. Tra noi due, non c’è stato viaggio cosmico che non abbia percorso tutte le guerre e tutti i miraggi di quei guerrieri che arrivavano sfasati sul terriccio, ridotti alla loro millesima parte, ma in pace verso il sole, che non abbia fatto voto di parola come sua missione assoluta. Varcammo l’Eden, tenendoci sulla rima del ghiaccio, anche tu rilucevi, le giornate sorgevano e la terra roteava e dentro il nostro cervello, senza abbandonare la paura, c’era un presagio micidiale che ci dava capogiri, che ci accompagnava al sentiero.
sono capace della tua stessa cosa: una miccia incendiaria, qualche melograno, accette sinistre.
ne sono capace perché tu ne sei capace.
il vento ne è capace, la luce ne è capace.
la telepatia sembrava un messaggio subliminale, ci accarezzava il collo, smaltiva i secoli.
dalle vostre parti tutto è dissolvenza incrociata, tappetini mobili, ristagno idrico.
basta prendere la navetta della spesa, trapassare il cancro, sputarci dentro.
abbiamo la stessa espressione, eguali comportamenti.
sabbie mobili per cuscinetti brevettati dove posare il solito culo.
dalle mie parti c’è un cantiere e costella fari stroboscopici e materie deformi.
vedo i pisciascarpe avviarsi in fila dentro l’alba imboccare la via del ritorno.
organizzano sigilli, conchiglierie sibilline, sexi bikini paiette scaldacazzi.
c’è l’angusta asciuttezza cronica che sbrana te dal mio sguardo,
la solidità di chi non ha mai più ricevuto una risposta,
e la derisione sui poeti postmoderni appallaticci-disintegrati.
anche quella profusa ironia del morto, la sgregolatezza alfabetica, il diaframma alla gola.
una gola che ha cazzi da sputare.
sono capace di violentare il mio corpo come dicono gli amici della fiera,
quei stramaledetti scavano buche, mansarde per nascondersi, porticelle girevoli.
c’è chi sparisce da un giorno all’altro:
ricordo N. che baciava la troia all’entrata del sotterraneo,
e sembrava divertirsi nei suoi trenta chili anoressici,
lo penso sempre da quando è morto.
ho visto gente morire d’amore che parlava con frasi totali.
mi sono sentito Dio al centro di quelle parole,
fossero durate in eterno!
ho preso a calci, distrutto, annichilito, percosso, incendiato.
sono capace di conservare un letto, un doppio letto, tre angoli ed una strada senza rimozioni.
portavo una chiave nascosta: apriva armadi, congegni a calamita, ventole elettrificate. portavo quella nostalgia nascosta; c’era sempre di mezzo la parola “tempo”. corrodevo le frasi come un cellophane per trovare l’angolo d’attracco. mi riparavo dalla strada portante, sfilavo lo struscio stradale a passi veloci e senza guardarli.
mi facevo strada coi colpi di spalla e gomitate, c’era personalità in quei colpettini a tradimento. miravo al busto, alle braccia, a volte ai fianchi.
mi sembrava sempre di stare sul ring.
il supermercato mi faceva vomitare ma il carrello era sempre pieno. riponevo gli oggetti in frigo e rimanevo sul balcone con quel disgusto che chiamavamo “la nausea”.
finsi di leggere “l’essere e il nulla” ma conoscevo Castoriadis a palate, il suo volto terrorizzante mi dà tuttora fiducia. tutti i volti dovrebbero far paura come quello.
tra il postalmarket e la phusis sono intercorse tre manate di sabbia, della pece, poco ossigeno.
vedo gli scioperanti come aggangiato al sudore delle telepatie; gli stessi di quando i miei mi trascinavano in culla, tra molotov, proteste e contestazioni.
poi le persone cambiano, diventano meschine, putride, e puzzano schifosamente. cadono a pezzi per la forza di gravità. mi rincresce vederle così.
mi ricordo quell’aula dove venimmo tutti parcheggiati; l’aula-magna. presi il microfono, annunciai uno sciopero spontaneo-persistente. come potevo? in nome di cosa?
mi richiamai a quel diritto di fronte a gente inorridita, arcigna, che voleva bastonarmi per diritto di cronaca. annusai l’orrore. umberto mi salvò da un pestaggio, pace all’anima sua.
c’erano figli di sindacalisti, deleuziani, e spartachini… collette che servivano a comprare vino e sciarpe annodate tutte allo stesso collo, dello stesso colore, nella stessa maniera.
poi c’era uno che parlava da dio, ed amavo i suoi occhiali ed il suo taglio di capelli. aveva una splendida ragazza e sembrava uno fighissimo.
lo rividi anni dopo tumefatto, senza più voce, e con più nemmeno l’ombra dei suoi secoli.
nando attraversava il corridoio, la stazione, le mura di cemento, l’arcobaleno per studiare storia greca. portava un pugnale in tasca per ira rubiconda. faceva paura anche lui.
lo trovavo al solito posto alla solita ora.
furono anni solitari lo stesso.
mi ricordo quando decisi di non rivederli più. dissi: “qualcosa è cambiato; non voglio più rivederli”.
quelle parole servirono a cancellarli tutti. si dissolsero i volti e sparirono le voci.
e così divenni tutti loro, estinguendo tutti loro.
prenotavo i laddio bolocko alla wide dall’ufficio rosso; ogni tanto gli intercettori della polizia mandavano quei segnali morse e pensavano che quei dischi fossero un codice segreto.
ritornai in quel luogo ma la porta era murata e le scale scomparse sotto una pedana per handicappati e fuori pioveva e brillava il disgelo.
c’è palla di merda alla tv. parlano di sistemi di potere. i tribunali dove difendersi sono sempre gli stessi. questo è il mondo fatto su loro misura. si parla di vicepresidenze, così ho lasciato le mie giacche in armadio. le mie ginocchia in cuccia per tutelarmi da sintomi pre-influenzali. alla radio passano vecchie litanie degli anni delle spiaggie. pescavamo telline coi gomiti diretti nell’oceano. fiorita voleva affogarmi, ci riuscì per un pelo. a volte risiedevo in terrazza. presi una rincorsa con la bici ed il manubrio mi sfondò il costato su quella terrazza dove c’erano due sedie di plastica e sempre sole. ho contattato l’alce, il bue mummificati per sillogismi paranormali tra questa e l’altra vita. ricordo il divano al centro del salotto ed i primi film di Corman che passavano a notte fonda. entavamo dalla porta sul retro con l’odore di pomodori al riposo dei barattoli. confidavamo nelle larghe emozioni. si screpolava la pelle col caldo. risalivamo il vialone del parcheggio per fare la spesa. oggi ho posto tre fiori di giovinezza per portarli freschi e limpidi come raggi. i secondi volavano ed il vento ci accarezzava il collo. il corpo era scoperto senza avanguardie.
abbiamo invecchiato l’asfalto, presiedendo la fortezza.
rughe, ghiandole, assiri nel tunnel senza entrata.
il nostro anno-zero, zenith.
decido io cosa fare,
senza chiavette navigazioni in regalo.
se vuoi non puoi, se puoi non vuoi.
sembra sgangherato il vesuvio, con quella sua palla al centro.
la memoria disseppellisce tutto,
poi tira a raffica dromedari.
mitraglierei ogni cosa.
abbiamo posto la notte come un sigillo.
l’intervistatore non fa più domande,
l’intervistato sembra un silenziatore.
ricordo il nostro paracadute indiano comprato ai lati della ferrovia
le giostre di pezza scambiate col ciclomotore arancio
e quella tua ragazza ignobile che sfilava di striscio tra scialle ed occhiali grandi
quando mi trapassava di spalle si posava sempre un ghigno comico sul volto
di quei paesaggi conservasti l’unica cartolina incenerita
e sembrava liquefarsi tra la rubinetteria di quegli anni osceni
ti vedevo attraversare tutto il viale dei libri
lo percorrevi fino alla fine e poi tornavi indietro
questo venti volte nei miei sogni.
ogni tanto dormivi sulla veranda dei fiori intensi
che fosti il primo a vedere
l’unico a porvi rimedio.
è come se un vento mi avesse strappato da tutti voi
A chi s’adagiava a razzia infinita,
a coloro che entravano ed uscivano,
alle eliche immobili sull’altiopiano dove guardavamo l’immenso…
…si posava su costoroi la mia attenzione,
- ripetendosi con gesti ciclicamente identici -,
essi coincidevano col venire e l’andare al nulla,
come fosse un gesto circolare, lineare e definitivo
sembrava di sparire all’improvviso senza lasciare traccia umana.
Era un pensiero che non concedeva più molte energie;
qualche volta finivamo a terra stremati.
Ti dicevo sulla porta di casa, che insieme a Dio, mancavano anche quelli…
gli usciti.
E “Che non tutti gli usciti si sarebbero potuti definire morti!”.
Bisognava mantenere il caos per partorire una stella danzante.
Ma la velocità schiacciava quello stesso sfinimento che precipitava a valanghe.
Senza lasciare più alterazioni né sostanza.
Ti parlavo SEMPRE di loro,
e più silenzio c’era, più s’ingrossava la gittata egemonica di quel disavanzo invisibile.
A volte li citavo a gesti, tra spirali di braccia e movimenti onirici.
Sembrava che uscissimo sempre di scena, che i mobili che prima erano fissi, lasciando quel luogo, si riconfigurassero su pareti meno stabili e più liquide.
L’orologio diventava catramoso, e la notte più indecifrabile.
L’amore era quel movimento posto sulla circoscrizione dell’andare.
Visto da qui mi pare di toccarlo ancora.
Ti toccavo con la stessa audacia di un cadavere.
C’era quel tormento in quella nostra posizione.
Quello era il mio modo, il NOSTRO modo.
Quella era la nostra passione, amore mio.
Ti dicevo che riguardava anche noi “entrare ed uscire dal nulla”
stavolta si trattava di uscire senza sapere quando.
Quella percezione sfumava con una mitragliata tante altre cose viventi,
il passato mi appariva irrisolto.
Dove erano finiti costoro?
Da che parte erano?
Dove si dileguavano?
Immaginavo che ci fosse qualcosa di eroico “nell’uscire nel nulla”,
che quell’uscita fosse l’unica cosa che ci riguardasse,
quell’uscita anticipata.
Non c’era più sfida, né sorrisi. Solo un macello visto di facciata,
tanti animali morti e noi due di fuori.
Si disintegrava tutto a frotte
e tra quelle mitragliate scomparivano volti, passaggi e movimento.
Tu guardavi il cielo senza commentarlo.
Quando si esce di scena si smette di parlare per sempre.
Volevo parlarti solo di questa paura.
Quando gli attori escono dalla scena sembra che abbiano detto tutto.
la scena stessa li risarcisce in un’immortalità sublime.
Talvolta parlavo allo specchio che fissandomi non mi risarciva di una parola.
Mi sembrava che dietro quello specchio ci fossero tutti quanti voi,
uno ad uno accovacciati come dietro ad un filo spinato,
ognuno con le sue richieste ed i suoi sogni spezzati pronto ad accusarmi.
La stanza amplificava quel vocio che nessun silenzio avrebbe disarmato.
“Abendlicht” di Reichmann mi scorticava vivo;
mi apparvero finalmente chiare la terra e lo spazio in quel preciso momento.
Avrei dovuto chiamarti e dirti tutto?
Rara prigionia, l’abbandono.
……” Abendlicht, abendlicht, abendlicht, abendlichtì duri così poco che devo mandarti in ripetizione!!!”…
“Wunderbar sei la parola d’ordine!!!..
….ma “Abendlicht” è più di una calamita che risuona da questo laptop supersonico….
Anche l’universo è chiaro, meno sbiadito tra i possibili, l’universo così chiaro a buon rendere.
Così friabile, analcolico, così leggero.
Pur sempre il peggiore…
Né particolare, né universale… così siamo; così è.
Talmud…: il multiplo luogo comune.
“dal momento che la compiutezza è senza lamento“.
In quel particolare riprendevamo il cammino senza-meta, ambedue per una luce qualunque, ed i rottami si disintegravano sotto quei passi ed i cipressi risalivano a monte gelandosi tra le pupille quando il sole o pagano o cattolico allungava un braccio per essere altro. Sembrava che qualcuno dovesse annunciare l’Apocalisse, solo dieci lettere, l’Apocalisse. Stava in cielo e stava accanto all’invulnerabile biancore quando la testa nella penombra meccanica trapassava i ristagni di magma dove ogni stanza era vana per qualsiasi abbandono dove stendere il cuore.
Resti infinitamente tra la veglia e l’invisibile ai confini della tregua in mezzo al sudore senza aneddoti tra riviere celesti;
altrimenti detto: “Tu resti”.
Mendes scriveva:
“Qualcuno intanto esiste ancor più forte
che trasporta conchiglie di morti:
il fantasma meccanico della guerra
che passa
con suo pennacchio di fumate e sangue”.
“Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht” “Abendlicht”

Salendo le scale
ci ha spaventato il silenzio
e qualcosa che pareva un’attesa
Abbiamo consacrato a nostri idoli le montagne intorno
confidando nella loro protezione
La pioggia ci aveva perseguitati per tutto il viaggio
Corridoi male illuminati
I cartelli parlano di gite al mare
Foto di discoteche
e di comitive che brindano, a testimoniare
l’ottimo servizio
Tavolini che sembrano aspettare altra gente
in un altro momento
Ordinare le stesse cose che mangiamo da una settimana
Perchè siamo stanchi di novità
Oggi siamo partiti
Nessuno ci ha chiesto dove saremmo andati
Perchè quaggiù
quaggiù nessuno immagina chi siamo
(e.c. // m.v.)
i vetri sono uno spettacolo boreale mentre la pioggia li annaffia,
non come le ville dei miliardari, dove buttano secchi d’acqua
per coltivare ortiche da giardinaggio, dalle loro finestre sorprendenti.
sostituire fiori appassiti dal vaso con un fiume in piena
è una confusione difficile senza un Vietnam dinamico.
tra due mesi verrà la guerra che è già persa,
tra lampadari e lavastoviglie,
sarà dentro questi appartamenti che nessuno bombarda.
basterebbe schiacciare l’accelleratore per sbucare dall’altra parte dell’ozono
e sapere come stai senza chiedere permesso.
intanto ho traslocato l’interno
senza paura di osservarti per giorni tra la gabbia e la cella,
in fondo alla prateria.
mi avete dato carta e matita solo per sorvegliarmi strettamente…
ho provato a spiegare il malessere senza appuntamenti ed esplosioni,
ma cinque righe di freddo mi agonizzarono
ho traslocato d’inverno per dirigermi su piazze vuote
come l’endorfine e le emoglobine nel corpo di un vecchio.
il sangue è la risorsa dei contribuenti,
qualcuno viaggia in Malaria grazie all’assicurazione ben pagata,
sia lode a tutti gli assicuratori, i dirottatori, i piloti di scud.
ci hanno stancato tra porcherie, elettrofusioni, e pax
i pesci nell’acqua si cibano della merda che ritorna nei nostri corpi
dal momento che siamo perlopiù materiale da scarto,
quaggiù.
“segui il pollice verde”, segui il pollice di Hulk…!
hai messo un lucchetto alla gola sparandoci quattro chiodi ed una marea di cazzate,
ho pienamente visto dibattersi tutti,
tu li dirigevi mentre vi seguivate accostati di fianco
a cose lette da libri di terza mano
o categorie Upim quarta moda per altri globuli terrestri
sembravate gradire la violenza.
prendi questo pane quotidiano.
l’italiano è una lingua paralitica.
mi divago tra desideri limpidi, forme areonautiche, insiemi essenziali.
ho traslocato dai luoghi affollati,
dalle cinta murarie,
dai graffiti solari,
da monumenti siderali ai caduti dell’Africa,
stringo meduse e schiaccio mandibole e lingua,
approvo l’apocalisse istantanea senza remore,
trascendo dall’amore,
Fino a poco tempo fa, il palazzo che tra due mesi lascerai, si reggeva su sciabole di samurai pendenti.
Le scale ai bordi sembravano clessidre di sabbie mobili e mi confortava scalarle tenendomi con le spalle al muro.
Ho sempre fatto fatica a raggiungerti su quell’ultimo piano che fa casa a sé.
L’imboccatura del tuo ingresso è la di una soglia scalare: bisogna bussare il campanello ma prima superare quel congegno di sicurezza tra te, il tuo interno, e la tana un po’ grigia che è questo avamposto sulle scale sempre vuote.
Non abbiamo festeggiato l’addio dalla tua vecchia casa,
ci siamo visti come sempre accadeva, abbiamo taciuto sul fatto che stessimo insieme in quel posto per l’ultima volta.
C’è sempre revisionismo tra le mura di una casa, insieme all’immanenza testimoniale dei coabitatori o di coloro che sono passati lì per caso.
Due anni fa ci rivedemmo come fosse ora. Era l’estate del 2007. Quella notte bevemmo molto, versammo più di una lacrima, c’era un’atmosfera di dolore…
Tenemmo una seduta spiritica perché tra noi tre aleggiava sempre una quarta persona, e bisognava rievocarla ad ogni costo, ora che eravamo dispari.
Noi siamo sempre stati pari io e te, dall’inizio del nostro primo giorno d’amicizia, e siamo rimasti pari fino a quel momento, quando diventammo ad un tratto dispari, come se ci fossimo dimenticati di qualcuno,
come se qualcuno o qualcosa si fosse sottratto a noi.
Chiamare qualcuno è come resistere ad un naufragio. Nella resistenza c’è molta agonia.
Alcuni giorni di questi anni sono stati come se avessimo fatto a botte con un colabrodo.
Altri sono somigliati alla resistenza; il presente stesso appare come una resistenza solitaria…
…è come se fossi rimasto solo a presiedere la fortezza…
Quella notte lo spiritismo ci venne in soccorso: I, che era sempre propensa ad ascoltarci, più di quanto la chiamassimo per strapparla dal suo silenzio, ci tenne compagnia come un ospite oscuro che parla da un videocitofono immaginario tra vetrate catramose e rovine di rosari. Locke diceva: “Non è detto che il sole sorgerà domani” e dal momento che i rapporti diventano pura abitudine, noi che eravamo sommersi dentro queste cose, ci rendemmo pienamente consapevoli dell’affermazione di Locke. Si trattò di un passo in avanti, o meglio, del passo verso quest’apocalisse silenziosa che è il presente di ognuno oggi:
una ragione profonda perché del resto le persone sfilano qui e lì,
qualcuno cade stramazzato al suolo, qualcuno sparisce dallo scenario…
poi accadono le invocazioni celestiali, i rapporti in cui qualcuno sparisce lasciando una traccia più grande della sua presenza,
certi momenti di disagio in cui il panorama marittimo assume una soluzione spontanea basata sull’idea di un annegamento definitivo,
dei giorni in cui si perdono anche le ultime briciole di un movimento in avanti.
In parte il passato si reggeva di queste equazioni di causa-effetto, che sembravano spontanee e meno crudeli ai nostri occhi. Del resto non c’è niente di crudele nell’idea che qualcosa di terribile possa accadere; l’unica crudeltà è quando accade semplicemente qualcosa che non temevi affatto e che manco immaginassi potesse accaderti.
La causa e l’effetto portano solo a credere che una cosa sia tale in funzione di un meccanismo che nemmeno si ha interesse a conoscere, e nelle abitudini si consolidano troppe cose che mancando fanno fatica anche a trovare un senso.
Nell’abitudine tutto sembra inevitabilmente giusto, ma basta darsi assenti ai lavori, ed il ritorno non è più una coincidenza, e nemmeno una festa da ballo.
Ogni tanto bisognerebbe sparire.
Eravamo intorno a quell’ appartamento incendiario, schiacciandoci le materie sinaptiche a velocità turbolente.
Di noi tre tu fosti l’unico a tenere polso e saldezza. Ti guardavo con ammirazione; ho aspettato un anno prima di rivederti. C’erano cose da raccontarti, in genere si tratta di cose taciute, perché le cose non taciute si raccontano da sole.
In presenza di cose taciute è facile che la memoria navighi in una coltre parossistica ed invertebrata.
Il linguaggio se prende confidenza riesce a balbettare verità da capogiro. Io ho difficoltà a riassumere il mio lungo arco di tempo, perché non c’è stato mai alcun coefficiente solido tale da farmi allontanare il sospetto che non si trattasse di un lungo errore, il presente.
Ci sono stati giorni in cui ho provato quel vuoto che si può trovare solo in certi paeselli in altura in mezzo al suono delle campane, ed era un vuoto piacevole.
Altri giorni in cui le cose sono cadute a pezzi, senza che lo volessi, e senza che me ne facessi una ragione. A volte, è così.
Cosa sia accaduto ora tu lo sai.
Sapevamo da tre o quattro anni io e te, che si stavano già disponendo uno ad uno i naufraghi, e del resto anche tu, come me, eri al centro di un’onda che aveva ancora un gettito ridicolo per le catastrofi.
E’ stato un silenzio a più matrici simile ad un esperimento privo di annotazioni, di ascisse ed ordinate.
I miei legami storici sono progressivamente tutti saltati senza accorgermene,
certi vuoti continuano a brillare nel loro spendore tra i miei sogni.
Io ho taciuto su questi vuoti perché c’è ancora qualcosa di sacro che li accompagna.
Qualcosa di sacro è sempre un delirio.
Io non vedo uscite.
Caro G, ti ho detto tutto quanto potevo dirti! Ora sei il mio testimone oculare.
Tu sei sempre stato “il terzo”, colui che può registrare una confessione.
L’altra notte siamo stati tutto il tempo sul tuo balcone ed ogni tanto qualche urla volgare ci trafiggeva in fondo ai palazzi tra cucine e ratti, ed uno strano figuro che abita più in alto di te, che prendeva nota di tutte le nostre parole. Quando alzavo la testa lo vedevo in penombra un po’ sporto su di noi, sempre di lato, cacciava la testa ai margini di quell’impalcatura di muraglia e poi si ripiegava di lato, per paura che i tratti del suo volto diventassero troppo riconoscibili a noi due.
Sentivo una penna che faceva leva sull’agenda, sapevo che questo intercettore oscuro avrebbe preso nota di tutti i singoli dettagli. Quel figuro al passo della notte mi è sembrato sempre meno inquietante,
Non ci sono state cose che ci siamo risparmiati, a parte gli alcolici che non bevo più, che sono sempre stati copiosi in queste discussioni totalitarie.
E durante la notte il polso ha cominciato a rallentare, risaltava, si spezzava, e così ti ho chiesto di farti un giro tra qualche ambulatorio insieme a me. E’ sembrata una cavalcata con gli indiani alle spalle di un vecchio Ford, la ricerca di un pronto soccorso. Tu hai guidato al mio posto perché non me la sono sentita di farti rischiare un incidente; del resto so che potrei perdere i sensi in qualunque istante quando sto così e così tu hai guidato per me.
Napoli era una città fantasma alle 4 di notte: siamo arrivati in quel posto dove c’era scritto che “non fanno pronto soccorso” che per certi casi è il luogo più ambito per queste patologie, e dopo tante corse siamo finiti al macello del Loreto Mare, che sembra un lido degli anni ‘70 di un quartiere popolare, uno di quei lidi dalle spiagge sporche. Dentro c’era un portantino con un ragazzo: questo ragazzo cercava suo padre, ma del padre non c’era annotazione nei registri. Il ragazzo c’aveva il volto di un infame, e non si è dato vinto perché poi è tornato dal portantino solo per aggredirlo e fargli notare che suo padre stesse su una barrella al secondo piano in un corridoio, un po’ abbandonato, forse a dormire. Poi è arrivato l’internista che ha visto il tracciato che somigliava ad una cascata russa, e mi hanno fatto quelle domande che riguardano solo quelle parole che fanno tremare a pronunciarle: beta*********, elettro**********, cuori che saltano.
Con te è stata una cosa diversa arrivare in prontosoccorso: c’hanno preso per due froci, e così il barrellista è arrivato e ci ha chiesto se mentre scopassimo (senza indicare chi scopasse, se io e te o se scopassimo separatamente con qualche uomo o qualche donna) ce le avessimo lo stesso le extrasistoli!
Siamo scoppiati a ridere tutti, noi due, il portantino e l’internista che era frocio per davvero e quell’ospedale si è trasformato in un siparietto napoletano di quelli che si vedono nelle televisioni private a partire dalle prime ore del mattino e che è toccato a noi portare avanti, forse con il solito testimone che ci filmava, stavolta magari dal corridoio a distanza, o in guardiola.
Certi giorni mi capita di vedere tra la gente certi volti conosciuti, sbucare in mezzo a qualche volto ancora più segnato, magari reciso o sfigurato da quelle strane addensazioni purulente che si manifestano sui volti delle persone che di solito non vanno di corpo regolarmente.
Sembra che di persone zeppe di questi meccanismi virulenti ce ne siano a migliaia per le strade e che il loro ruolo sia quello di nascondere ancora meglio tutta la massa silenziosa ed indistinta che si aggira sugli stradoni come fosse un plotone da esecuzione sommaria in gita scolastica. E così le strade sono piene di camuffati e camuffamenti, ed i volti si dividono in quattro-cinque posizioni strategiche, raggruppamenti etnici, organizzazioni primitive, sparuti gruppi paraossessivi (di quelli che s’incontrano alle stazioni dei treni, di solito oltre i cinquantacinque anni) queste rispondono ad un ruolo, con in testa i capo-guida, cioé questi uomini dal volto butterato in autoconsumazione che attirano sul loro volto ciò che si nasconde alle loro spalle.
Ma tornando al nostro ambulatorio preferito, è accaduto anche qualcosa d’altro: ci hanno detto che tutta quella polizia nell’ospedale era dovuta ad una bambina appena nata lasciata lì come uno di quegli stronzi di animale che troviamo sui marecpiedi di Napoli che sono sempre più viscidi e putrescenti tra colera e malattie mortali, ma di questa bambina noi così abituati a “the Kingdom” non abbiamo sentito il pianto, né abbiamo seguito con la coda degli occhi i suoi movimenti spettrografici. Sarà stata senz’altro una bambina viva, e forse l’assenza di suoni dipenderà dalla sua consapevolezza pre-linguistica di restare già sola a patire questo inferno.
Siamo andati via con i miei battiti ancora dissestati, emozionati: come al solito non si sa cosa sia, da dove derivi, se siano impulsi elettrolitici marginali, se vi siano altre milleottocento cause, del resto la mia vita si snoda tra visite specialistiche, esami del sangue, ambulatori, ospedali e quant’altro … ma forse l’abbiamo capito per un attimo io e te guardandoci negli occhi nella violenza di tutte quelle verità che facevano altrettanto paura.
Io mi sento assai solo a presiedere questa fortezza in una casa che cade a pezzi ed una “legge” che mi tiene ancora qui in quella specie di facoltà, ora alla vigilia della tua partenza per Edimburgo.
E’ difficile scrivere cosa sia stato guardarti diritto negli occhi e riconoscere ogni piccola impronta di ciò che non si è disperso affatto.
Questa lettera in effetti non può spiegare niente.
Siamo stati distanti e lontani, in effetti siamo due eremiti in uno spazio aperto; due eremiti è difficile che s’incontrano.
E solo adesso che ti ho visto mi accorgo almeno cosa ho perso io. E come si possa star male a presidere la fortezza da soli.
Rivederti ha riaperto questo male: l’assenza, il tempo.
Abbiamo riso tantissimo.
Abbiamo riso molto più di prima.
l’assenza è pronta a tutto, allitterata e dispotica com’è, fa notte livida e veste di pietra.
mentre mi parli di rapporti impersonali, dalla pianta della testa, una fuciliera così com’è spanna colpi a vuoto all’altezza del glande,
la ridicola consistenza dell’acqua fredda fa ghiaccio e assenza per gli ultimi gesti.
abbiamo reciso invano il vostro inseguimento nelle liti violente libere dal sudore.
percorro tutta la strada sulla marina, le macchine di lato sfilano senza investire niente.
i biancospini tacciono, tacciono ma ridono di dietro, raccolgono la perduta riperduta respinta… accecano me, risporgono per ferire, ricordano e soffrono di ferite,
le sette rose nere del letto (impronte che scongiurano dietro le impalcature del sudore (che non suda), dietro l’effimerazione, la pazzia, la follia. dietro una vista che si svita in prossimità di luci inoppugnabili da tribunale con viceré, giudici accusatori, processi attardati e bestemmie inopportune, non senza nostalgia ingovernabili, non senza vendetta, vorrei raccontarti che vorrei la tua mano che mi spezza le ossa, : osservo disperato la prossimità dei battiti da cardiopalma le cadenze esatte del fermo-immagine logorato, dove non ci saranno loro, non ci sarò io, maledetti tutti già dalla prima ora. nemmeno giostre acuminate, fatte per lanciare corpi bambini che sono già odissee dissestate, mitragliate e fottute; sento il cielo scendere ed i reggimentii che sfondano le porte, sento il parere di cobalto blù, le foche nell’antaride, sento le stazioni liquide del cervello liquidato, sento scendere la notte per sempre, i barili di cemento e l’ultima festa di Zeus dove noi eravamo. ho sepolto dentiere dentro girasoli sguarniti di sodio, in fretta e furia come le distese che si raggelano quando viene nostra signora scura, sento il Niagara dentro il gelido gelido ed i toraci che masticano spasmo appiccicati tutti al mio torace com’era nelle fotografie ingiallite degli anni ottanta; le mie mani che non toccano più niente, sento musiche che si fanno viceversa per me e mi schiacciano venendo nella mia direzione senza longevità. ho disinnestato delle pietre dal mio cuore come i lucidi delle statue riluccicate, la melma schifida dentro le gengive senza alluvioni ma con fendenti pieni attorno agli occhi ricacciati dietro il cervello, gli errori senza più conteggiatura: ho divaricato le nervature del corpo per soffrire meglio, e speso tutti i miei limiti tra cardiopatie, neurologie, spine fibrillanti. pezzi di aria mi si sono rigirati nel petto ed ho preso a boccate lo sfintere di ogni cosa ricurva per poter dire che ogni movimento è una fregatura infinita, e che ogni alzata di braccio è un battito innescato dentro alla carcassa di me che già sento andare-andata-morta. ho preso per petto la mia ombra, e l’ho rigirata a sangue, ingoiando tutto ciò che mi frenasse e che mi deludesse ed ogni boccone era una ricaduta, ed ogni pesantezza un pilastro piombato davanti ai miei piedi che mi dolgono come le gambe, le braccia ed il sangue che mi manca ancora. ho visto ospedaletti e infermierine da stramacchio, ho visto direttamente il cielo ed ho sputato su ogni cosa che rimanesse in silenzio, sfidato le antenne degli appartamenti tutti ridossati come sacrari dentro allucinazioni da medium infernale clinicamente riposto; ho scolpito desolazioni immobili, longitudini e solitudini, angoscie e grida dentro la notte, venirmi il sonno contro e sputarlo al centro della pace, e clandestini e merde ambulanti e cose che si fumano ma che non daranno mai la pace che sta nel delirio dei polmoni che scoppiano per sempre; ho provato a suicidare tutti i modi possibili di amare, li ho presi uno ad uno e li gettati dal balcone, catapultando ringhiere, mattonelle, ciangfrusaglie riposte nell’armadietto, anche l’unica torcia che avevo che fosse solo una torcia e che sulla terra era l’unica cosa che potesse somigliare a te. ma la luce è caduta dalla finestra e si è messa ad illuminare un cane che c’aveva davanti ed ho visto dalla finestra gli occhi del cane che guardavano la luce senza chiuderli e sono scoppiato a piangere come si piange di fronte ad un pezzo di braccio troncato da un treno. frequentando le ferrovie, sono rimasto in piedi per giorni interi, provando a ricordarmi tutto ciò che avessi dimenticato e rimosso per poter esistere una sola ora in più sotto questo cielo di merda, ho visto molta merda ancora, ma si trattava di merda così tanto vasta che non mi faceva nemmeno paura. in stazione ho visto solo la mia faccia tra quelle cazzo di porte che si richiudevano sul mio volto e mi riproiettavano un ciarpame di lacrime che mi si arrovesciavano contro perché mi scoppia la testa e sto morendo alla velocità della luce. il mondo ha inventato tante cazzate, e bisogna metterci anche questa tra le cose che ha inventato. quando metto la sveglia per venirmi a cercare mi ritrovo tra cumuli di palazzi, porticati e pezzi di carta che respirano così mi aggiro dalle tue parti e me ne torno indietro, questo cinque volte, questo ottocentomila volte. non credo di riuscirci, non credo di farcela. ho preso a martellate le mani degli zingari, evitando le cose che respirano come si evitano i sabato sera ed ho preso a pedate tutti quelli che mi stavano sul cazzo uno ad uno. disinnestando le cattedrali dalle vetrine ho smussato delle corde che serviranno ad annodarti a me, nel pieno delirio del mattino, ho provato ad incatenarmi ad una di quelle macchine di zucchero, per profumare senza che l’intestino cacciasse a secchiate odore di morte e cartilagine. inaugurando le dimenticate sabbie, le sabbie dentro cui poggiava la mia testa che prendevi perché pesava e sembrava di averla trovata la pace, la gloria. ho provato ad andare in quel posto ed ho fatto tutta la spiaggia a piedi per prendere uno di quei sassi velenosi e ricacciarmi tutto quello che avevamo lasciato lì in gola, ho sognato le ciminiere venirmi a trafiggere la giugulare, impalcature longitudinali e putrescenze inverosimili quando si può amare solo per dire, solo per modo di dire, se non si amano le arterie, l’interno delle viscere, le fottutissime ginocchiere dove si schiacciano tutte le pietre ed i massi lunari. sento che solo questo schiacciare/devastare/annegare è l’amore più grande.
Qui – vuol dire qui, dove il fiore del ciliegio
vuol essere più nero che laggiù.
Qui – vuol dire questa mano che ad esserlo lo aiuta.
Qui – vuol dire questa nave sulla quale
rimontai il fiume di sabbia:
stretta agli ormeggi essa giace
nel sonno che tu cospargesti.
Qui – vuol dire un uomo che conosco:
la sua tempia è bianca
come la brace che egli spense.
Mi scagliò in fronte il suo bicchiere
e venne,
trascorso un anno,
a baciare la fronte risanata.
Egli mi disse la mala e la buona parola
e nulla più disse da allora.
Qui – vuol dire questa città,
che è retta da te e dalla nube
dall’alto delle sue sere.
(Paul Celan)