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		<title>Ricovero Nocturnalia</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 00:48:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[bisogna accettare il fatto che sei una lurida troia e che non hai capito un cazzo di un cazzo cara escort]]></category>
		<category><![CDATA[catetere obsolescente]]></category>
		<category><![CDATA[i politici assomigliano a delle rane]]></category>
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		<category><![CDATA[intellectual-spastic italiani]]></category>
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		<category><![CDATA[malattie che stanano la vita in pochi attimi]]></category>
		<category><![CDATA[meglio frugare tra i rifiuti in Africa del sud piuttosto che trovarsi faccia a faccia ad una cena con Maroni]]></category>
		<category><![CDATA[meteoriti leniniste]]></category>
		<category><![CDATA[mussolini almeno ci metteva il torace]]></category>
		<category><![CDATA[quelli della Lega ce l'hanno duro ne è prova il loro leader]]></category>
		<category><![CDATA[va bene fermare la caduta dei capelli ma non con l'uniposca]]></category>

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		<description><![CDATA[Mai che arrivi qualche lieta novella &#8211; espressione di chiaro vigore umano -, di sana provvidenza vichiana parallela a questa storicità da catetere obsolescente, di benevola letizia tipo: &#8220;un tir ha congiunto presidente e scorta, difficile staccarli dalla glassa di gomma fusa e fango&#8221;; oppure: &#8220;il meteorite un po&#8217; leninista colpisce la testa di Emilio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=1115&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mai che arrivi qualche lieta novella &#8211;  espressione di chiaro vigore umano -, di sana provvidenza vichiana parallela a questa storicità da catetere obsolescente, di benevola letizia tipo: &#8220;un tir ha congiunto presidente e scorta, difficile staccarli dalla glassa di gomma fusa e fango&#8221;; oppure: &#8220;il meteorite un po&#8217; leninista colpisce la testa di Emilio Fede durante un amplesso con tre cavalli ed un porco&#8221;. Il &#8220;sistema ITALIA&#8221;, sistema sostanzialmente depravato, inter-prostituzionale, se resiste, resiste solo per via di questa gentaglia compiacente e priva d&#8217;anima che ogni mese mette su mazzatte, paghe che derivano dal fatto che se pure non hai un lavoro e acquisti un mottino, lo stato ti ruba parte del denaro grazie all&#8217;iva sul tuo acquisto. Insomma cari parlamentari, siete tutti dei tirapiedi, dei topi-avvoltoi, siete dei vermi, e vi cibate della merda del Presidente (per lui pagarvi è come cagare).</p>
<p>Andate in politica non secondo le vicissitudini della Lettera VII (Platone), quanto per rubare le posate al parlamento. </p>
<p>Quando eravate piccoli, perché siete stati a vostra volta piccoli, e sognavate il Parlamento, e sognavate Roma, e sognavate di non contare un cazzo e di non avere voce in capitolo, ma solo di premere un pulsante ed obbedire alla Vostra assoluta criminalità ed alla fine di questo stato che non è mai stato, poteva colpirvi un&#8217;encefalite acuta di quelle che portano allo spegnimento immediato?</p>
<p>Eravate al nostro servizio, cari parlamentari&#8230; dovevate telefonarci uno ad uno, a scadenze mensili, come si fa nei condomini per chiederci se tutto andava bene&#8230; io vi avrei riagganciato, bestemmiato forte, mandando a  farvi fottere, lanciandovi una monetina, come si fa con gli zingari quali siete.</p>
<p>Il narcisismo è l&#8217;ultima frontiera del pressapochismo.</p>
<p>Tassate le ruote dei macchinoni degli spacciatori, più che gli alimenti basici per sopravvivere che un cazzo d&#8217;individuo della mia età arriverà allo sciopero della fame non per protesta quanto per necessità.</p>
<p>Muore Andrea Zanzotto&#8230; ma restano vivi taluni parlamentari e giornalisti odiosi che bisognerebbe ardere vivi.</p>
<p>L&#8217;unica differenza tra le nuove puttane italiane e la stragrande maggioranza di quelle che già conosciamo, sta nell&#8217;adorare, da parte di questa nuova elite di troie smidollate, la chirurgia del catetere, o meglio l&#8217;obsolescenza infinita del nostro amato presidente della criminalità. Stanche addirittura di fottere, le nuove troie mediatiche, passano direttamente dai palazzi di guardie del corpo e lacché, alla televisione, e lì&#8230;, nella (nuova) gelliana propaganda assoluta, affermano la nuova forma di prostituzione italiana: meglio ammazzare la propria madre e prostituirsi coi vecchi che pulir loro il culo! Meglio puttane che rumene, no?!</p>
<p>Mussolini, nonostante fosse una merda e pure un fascista, ha fatto fine peggiore di questi bastardi che ricevono pure la pensione dopo nemmeno 3 anni. Se l&#8217;avesse saputo che al suo pettorale impettito, si sarebbero succedute troie da bukkake, nani infami, e burocrati difettosi, l&#8217;avrebbe bombardata direttamente la sua nazione. E comunque, nonostante l&#8217;ITALIA sia un posto per clown e troie da soma, ed abbia sempre mantenuto nei decenni il tratto di stato protocapitalista, coi plebei che si azzuffano per addentare l&#8217;osso, non è stata mai così allo sfascio, nemmeno coi milioni di morti della seconda guerra mondiale e col suo epitaffio del leader appeso all&#8217;ingiù.</p>
<p>Gli intellettuali italiani sono fortunati perché esiste Mondadori, Einaudi e Feltrinelli che sono la stessa cosa, per forma e sostanza. Esistono per essere adescati dai partiti, diventando plenipotenziari mentitori dei quadri politici di riferimento&#8230; si adattano per risultare chiari, puliti ed immediatamente riconoscibili. In fila per una seconda serata in TV, se la passano tutti bene. Meglio se vanno da Fazio che ha ascolti record.</p>
<p>Da Craxi in avanti: puoi ostacolare la goia, rubare tutto quanto, e vivere come un pascià impunito, tanto la gente è lobotomizzata, e le donne per metà fanno pompini ai vecchi e per l&#8217;altra metà posan secondo i dettami dell&#8217;erotismo da culo nudo (merce che alimenta la medesima prostituzione ma in una forma leggermente più patinata e declassante).</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1115/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=1115&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>canzone di pietra</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 18:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apparizioni o incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[vanno o vengono o mai più, s&#8217;intrecciano, come si raccolgono i pulviscoli, come insetti sulle molliche, quando si raccoglie la polvere già matassa. come recitassero rosari, come se mangiassero carcasse e ferocemente. vedo le tue verande saldate bene, da quella ferraglia inossidabile mentre a volte le travolgi, o ti cadono a pezzi; vedo le corpature [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=1047&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>vanno o vengono o mai più, s&#8217;intrecciano, come si raccolgono i pulviscoli, come insetti sulle molliche, quando si raccoglie la polvere già matassa. come recitassero rosari, come se mangiassero carcasse e ferocemente. vedo le tue verande saldate bene, da quella ferraglia inossidabile mentre a volte le travolgi, o ti cadono a pezzi; vedo le corpature di metallo rifrangente granularsi, diventare cera. ti rivedo inserrata tra copie-informi, sostituzioni mirabolanti, tra piani passati al lucido della convenienza. ritrovo immediatamente come il tempo è. l&#8217;immagine tua anticipatamente sfila tra minatori di parole. non minatori sardi, ma minatori del concetto, per una salda tribù eletta di elettori. mi sento trapassato da copritori di cos&#8217;ero stato, cospargitori del catrame del presente. li rivedo in un soffio, senza conoscerli, li vedo perché ridicoli: è la loro spudoratezza che mi fa loro panopticon, non sono io che li guardo, ma loro troppo intelligibili. più opachi del velo di Maya, meno transeunti delle mie gittate crudeli o verbali, inverosimilmente patetici se li ritrovo nello specchio che fu di una delle molteplici età remote.</p>
<p>guardando questo sfondamento, ritrovo qualche dente di cristallo, una lurida sacca di bile, una data astinenza ai commiati.<br />
questa degenerazone raccontata, sospetta perchè raccontata, perchè scritta.<br />
sempre come un cumulo di cenere, sempre tra le righe, immagino che prima o poi qualcosa dovrà esplodere.<br />
aspetto le conseguenze di questa esplosione in corso.</p>
<p>ti rivedo in tutti gli aspetti quali ero stato, ti rivedo trasparente adesso dato che prima niente si racchiudeva DENTRO il tuo soggetto. il tuo soggetto-oggetto. non passava attraverso i suoi miracoli, le sue comete, le sue costellazioni. infusioni o traspirazioni. epigrammatiche.</p>
<p>l&#8217;immanenza ci accarezzava. sia quell&#8217;imminenza santità, sia quell&#8217;imminenza origine, sia essa la quintessenza dello scivolio che l&#8217;attraversa, nell&#8217;ora del mai più la vita.</p>
<p>ogni cosa è friabile: gli abbandoni, le discoteche, la passeggera infiltrazione dell&#8217;acqua nelle mura.<br />
prima le tubature un macello chimico, oggi cartilagine, le vene piccole vertebre, mani un po&#8217; anchilosate.</p>
<p>iconografia imperturbabile dell&#8217;oggetto non senziente, l&#8217;oggetto reagente rimosso: conosce la guerra, limitato com&#8217;è dai bombardamenti; l&#8217;oggetto è tra i corpi. l&#8217;oggetto si nasconde. l&#8217;oggetto non attende nulla.</p>
<p>riconosco una sola guerra, signore.</p>
<p>come fanno a sospendere le loro parole e tuttavia a parlare, come fanno ad estinguersi mentre passano col carrello della spesa, cambiano decoder, risintonizzano i programmi, rispondono al telefono&#8230;</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2009/11/walker2bevans_polaroid2b004.jpg?w=416&#038;h=422" alt="" width="416" height="422" /></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/1047/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=1047&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>l&#8217;istante dopo la mia morte</title>
		<link>http://harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/2011/06/14/di-altri-disprezzabili-modi-di-essere-in-vita-altrimenti-in-vita-segue-breve-trattato-sullamore/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 15:33:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apparizioni o incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[On the last day I took her where the wild roses grow And she lay on the bank, the wind light as a thief And I kissed her goodbye, said, &#8220;All beauty must die&#8221; And lent down and planted a rose between her teeth. Ho provato a pensarmi morto, a pensarmi morto anch&#8217;io. E intonato, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=1011&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>On the last day I took her where the wild roses grow<br />
And she lay on the bank, the wind light as a thief<br />
And I kissed her goodbye, said,<br />
&#8220;All beauty must die&#8221;<br />
And lent down and planted a rose between her teeth.</p>
<p>Ho provato a pensarmi morto, a pensarmi morto anch&#8217;io. E intonato, con voce concisa ma indifferente, come ti avrebbero annunciato e sammai descritto la mia morte; se con tono sottile e quieto, se dietro l&#8217;avvertimento iniziale di stare tranquilla, se con voce sgomenta. Ho provato a pensare se l&#8217;avessi riconosciuto quel nome, se a quel nome non avessi a tua volta associato qualche altro nome uguale al mio, scambiandolo per più di una persona, e con quale parola, se a trattarsi è una parola, avresti proseguito a tua volta l&#8217;indico, una volta afferrato tra i contendenti, il nome mio.<br />
Sotto quali seguiti, e dietro quale circostanza tua quell’annuncio? Ho pensato se tu abbia mai più avuto circostanze strazianti cui a tua volta, tra tutti gli uditori possibili, avessi mai avvertito di comunicare qualcosa proprio a me, o se il silenzio, e il fatto di non sapere niente né io di te, né tu di me, fosse proprio dovuto a una cancellazione integrale del mio nome dalla mappa delle parole.</p>
<p>Credo che la morte,<em> talvolta, ma una volta sola</em>, sia il momento più evoluto dell’addio senza addio tra due individui, il punto irreversibile e poi niente.  È vero che la fine è un fatto collettivo, ma io vedo la morte più come un fattore duale, che come un episodio generico. Evidentemente non ho mai cercato il mondo, ma semmai, solo relazioni.</p>
<p>Io non so se la morte come io l&#8217;immagino, non sia che un nonnulla riguardo al fatto di raschiare qualcuno in vita, ma è certo che se ti avessero annunciato la mia morte, e dunque la mia definitiva indisponibilità, di quella nostra assenza precedente resterebbero solo le traccie che tu portavi e non più le mie. È forse questo che disturba della morte: assentarsi di un peso fisico il cui lascito non è più solo il peso dell&#8217;assenza distribuito qua e là come si trattasse di un foro, di una pallottola, o una voragine dentro la quale non c&#8217;è proprio più ritorno?</p>
<p>Si teme la coscienza più della morte?</p>
<p>Ho provato a vedere la morte se non altro come l&#8217;assenza (e questo escludendo il terrore che provo nell’immaginarla, il terrore morale e quello materiale) ed è chiaro che la morte, per come io la vedo, riguardi più gli assenti, che i presenti, riguardi più le interruzioni, essendo il punto limite entro le interruzioni, che le giornate in compagnia, le lughe passeggiate, le telefonate alla ricerca di una voce. Io non so se quando si è consapevoli del punto esatto di morire, si abbia il tempo di riflettere qualcosa o qualcuno in particolare, credo che sia impossibile in quell&#8217;attimo dare molto credito ai pensieri, ma senza dubbio si tratterà d&#8217;immagini e credo che per come sono, queste immagini riguarderanno più i nodi involontari della mia vita che quelli volontari, si riferiranno più agli assenti già da ora per me, che ai presenti che mi accompagnano. I presenti sono sempre accompagnati da un vestigio d&#8217;interesse, di complicità, di correlazioni; e gli assenti sono i sottratti del presente, e nel presente danno voce a quella sottrazione, che per come la vedo io è il peggiore dei mali. E a volte con tutta questa morte in giro, mi sembra una pura cazzata che gli assenti vadano sottratti, che siano stati costretti a questa sottrazione, e che questa sottrazione porti a vagare da soli. E’ una cosa profondamente vana. </p>
<p>Se la morte io la vedo così, mi riguarda come una cosa di tutti i giorni, perché tutti i giorni so che qualcuno è sparito dalla mia vista, e mi chiedo dove sia e come sia possibile vivere lontano dalla sua presenza. E quindi per quanto traumatica e violenta, ognuno dovrebbe fare a meno di seppellirsi dei viventi in vita, o fingere che non siano mai stati veri, perché una volta morti, qualora uno ci ripensasse, dovrebbe fare i conti con tutte le possibilità che ha avuto per disseppellire qualcuno, piuttosto che dannarsene, una volta che questo momento non è più possibile. Mi sembra, sostanzialmente che il panegirico irrequieto del vecchio di The Straight Story, sia irrimediabilmente reale e che interpelli più di ogni altro pensiero l&#8217;assenza che io provo di fronte all&#8217;assenza, e la morte come assenza, essendo il punto più vivido di questa sottrazione.</p>
<p>È solo un potenziale accidentato, la morte.</p>
<p>Non so se tu avessi o mai provato a immaginarla così come la temo io: la morte, che è un potenziale addolorato, furioso, come se solo quelle cinque lettere mettessero il vero punto alla nostra fine, senza che questo traduca a sua volta cosa noi siamo mai stati, e perché siamo stati. E soprattutto perché noi, e perché così&#8230; ha sempre visto quelle cinque lettere come le sole che potessero intervenire, che solo con quel termine di forza maggiore si rasentassero la dimissione e l&#8217;estradizione e la fine. Quelle cinque lettere orribili le abbiamo vissute mille volte, le abbiamo interpretate come segnali accidentati, evocate nei momenti migliori, siamo caduti e ci siamo rialzati. Per noi la morte è sempre stata una forza maggiore. È come se avessimo perso dall&#8217;inizio la scommessa nietschiana. Io ti ricordo così, e così vorrei che mi ricordassi. Non è possibile dimenticare. E generalmente, così, con equale distanza, non è possibile vivere.</p>
<p>La morte mette fine all&#8217;incontro, all&#8217;ipotesi di un incontro, alla speranza della voce o dell&#8217;incontro della voce. Senza che questo incontro santifichi onestamente l&#8217;importanza che ebbe la sua importanza (che solo la vita avrebbe potuto glorificare); senza che si metta a pretendere un ripensamento come se non fosse già stato, immobile o meno, un evento irrinunciabile; senza che questo non-più-incontro s&#8217;attribuisca una corona speciale, solo perché irreplicabile, irreversibile. Senza che la morte, sostanzialmente, frigga al punto tale da vomitare la nausea di essere stato altrove dalla nostra vita discombaciata, interrotta, unisillabatica. Senza che quest&#8217;imago della morte, sia una calligrafia un po&#8217; tremolante, un po&#8217; spavalda, che talvolta, giusto per spauracchiare, per imbecillire, si faccia viva. Senza che questo incontro da destinarsi poi all&#8217;aldilà, per noi che non siamo che fatti di filamenti, e che non crediamo che all&#8217;aldiqua, sia poi dopo la mia morte, monotona tonalità colpevole. E senza che il fatto accidentale del morire, sia occidentalmente, tramutato in una considerazione che sarebbe stata viva, arrivata in vita, e non dopo la morte mia, o la morte di qualcosa che muore in genere, o nel morire generalmente. Senza che questo incontro sia un adescamento, miraggio dei bei tempi circoscritti del passato, senza che sia ventola elettrificata pronta a spumeggiare aria nuova, senza che questo incontro sia un lamento o provochi a sua volta lamentele, o inchini, o colpi di spalla o di spade. </p>
<p> Senza che la mia morte, per ora solo pensata, ma alquanto vicina, possa tramutarsi nella considerazione che proprio di fronte al mio mancamento, torni a essere desiderato.</p>
<p>Un desiderio, più di mille rizomi.</p>
<p>Che questa morte non si faccia viva solo per ricordarci che fummo fraintendimento, nebulosa, discombaciamento, origami; e non si presenti solo perché una volta morti non sapremo più niente dei vivi; ma che sia solo veramente imperdonbile, come mi appare in genere ogni morte, e non generica indifferenza, o commozione generale. Che la morte sia viva al presente, che non sia cosa da destinarsi al momento della morte stessa; che la morte sia un morire e non la morte. Senza che il presagio della morte mia o della morte altrui, resti ancora strettamente legata alla parola &#8220;morte&#8221;, di cui noi vivi non sappiamo niente, ma che la morte sia perlopiù il fenomeno che finisce anche ogni interruzioni. Credo che i rapporti non debbano mai finire; che i rapporti non debbano mai essere un rapporto, che non debbano mai codificarsi al momento del rapporto, che non debbano mai essere basati su proprietà, che non debbano mai avere destinazioni. Credo che un rapporto si debba chiamare raggiante. Che debba solo irradiare, che tenga o meno al suo desiderio, che tenga o meno al bisogno come suprema contestazione del desiderio e supremo atto d&#8217;amore. </p>
<p>È sempre così: o un&#8217;apparizione, o un incontro. Apparire come un fantasma, ed incontrarsi di nascosto come spettri.</p>
<p>C’è troppo sangue nel finire. </p>
<p>I segreti, o la ragione del segreto, sono tali solo con la sconfessione funebre. Resta un segreto solo il dialogo tra due persone, e svanendone una, il dialogo diventa l&#8217;altro dell&#8217;altro. Un segreto si può sconfessare in vita, può ridimensionarsi, dimenticarsi, ma di fronte alla mancata adesione dell&#8217;altro alla sua vita, di fronte alla sua caduta e alla sua sparizione, rimane solo una confessione.  E così ho immaginato la mia morte, anche come la morte del segreto, come la morte che mette fine al fatto che il segreto sia sconfessione a bruciapelo, atto di vigliaccheria, e che con la mia morte, il segreto si liberi a sua volta del mio segreto più compassionevole che lo tiene a mezz&#8217;asta, e che passi a te.</p>
<p>La morte non può trasformare niente: né l’incontro né l’ipotesi dell’incontro, non è nemmeno un apuntamento ad ora insolita. </p>
<p>Ho provato a precedere cosa avresti detto della mia morte e come l&#8217;avresti addomesticata dopo tutto questa morte intorno. Quando e come e da chi avresti saputo di questa morte e con quali parole questa morte ti sarebbe venuta incontro, se fossero state esse parole di commiato, se in fondo a questa cosa assente poiché andata, avresti riscoperto la quintessenza di ciò che si scopre (ovvero niente) o se dopo anche questo niente, non avresti che perdurato tutto il niente a go-go, questo niente che sciupa anche il niente più audace che è il non essere mai stati niente, o se questo niente non ti fosse arrivato come un cazzotto nella notte, come un cazzotto che produce il vomito del niente, che non è il niente di quando non si è più, ma il niente che gioca all&#8217;annientamento, al balenare-ridere-sorridere, e che fa cu cu, o fa te te, o fa altre strane cose amene dietro il ventaglio irrequieto degli immutabili, dietro i bastioni della compresenza sempre o dell&#8217;assenza sempre. </p>
<p>Voi tutti, voi tutti operai, siete tutti operi dei sentimenti: voi vi affannate a dire che amate, a dire che recuperate, a dire che non amate più o che siete disposti ad amare ancora, e l&#8217;amore è tutto raccapricciato, tutto elargito o chiuso dal rubinetto delle vostre concessioni date dal pretesto di cambiamenti, di contratti, di promozioni lavorative, benessere più o meno spicciolo. Parlate dell&#8217;amore come se fosse un inno alla sperequazione, come se fosse un cane ben addomesticato, e vi ritenete pronti di scommetterci allora a quel punto tutto deve esservi dato, o vi ritenete pronti a parlare di coraggio, quando ci sono altri bei lidi da brevettare, vi ritenete ancora più pronti ad amare, se a vostra volta siete soli, ed allora è possibile amare, e se non siete soli, e c&#8217;è qualcuno con voi, e state amando ben altro, siete addirittura pronti a chiudere qualcosa che fino a due mesi prima era amore, perché un altro più sottile e più sicuro, si sta facendo largo attorno a voi, attorno a noi.</p>
<p>Siete bravi se si tratta di scoprire le menzogne altrui, potete byepassare se è il caso di farvi un&#8217;esame di coscienza che tanto si pone tutto ligio, tutto accorato alla credibilità che voi date all&#8217;attesa&#8230; come se l&#8217;attesa fosse il burattinaio invisibile che fa per voi, come se quell&#8217;attesa non fosse essa stessa riduzione del dato amato, riduzione di ciò che non si può amare col cazzo o con la fica, ma con qualcosa che tenderebbe a far essere due persone viventi: pure al di là della merda e pure nel non sfiancarsi ad amare qualcosa o qualcuno, quando già è pronto un altro cazzo agognato o un&#8217;altra fica agognata da qualche altra parte; pronta a sua volta a sbrodolare, o farsi godimento, come se già questa fosse lungimirante certezza, lungimirante diversità. </p>
<p>Ho provato a definire cosa si prova in compagnia del morto, nel senso che il niente da vivi è una cosa, ma il niente da morti è cosa meno ingannevole e più amara, perché il niente da soli, senza la controfigura, è proprio rimanere in balia del testimone, rimanere in balia di una cenere più tossica, definitivamente tale e quale a quel che resta dopo la morte. Ho provato a sentirmi già da ora come il sottratto, come chi si sottrae per emettere l&#8217;ultima parola come in &#8220;fino all&#8217;ultimo respiro&#8221;, come colui che mentre si sottrae anche se avesse mille secondi non avrebbe più voce per sottrarsi al silenzio, e così ho mimato la faccia e non la voce di questo silenzio, ma come la mimavo &#8211; e la mimavo benissimo -, ho pensato che tu non l&#8217;avresti vista e che quindi la mia morte o ora o tra poco, sarebbe stata comunque posticcia.</p>
<p>Ho pensato anche ad una cosa da viventi: il desiderio. Tutto desiderio che sprecava desiderio, tutta roba da televisione insomma, ardita e composta di piccole e becere idiozie femminili, piccole e strutturate ansie di competizione, nientee nulladi fronte al tumulto di ciò che i nostri miseri corpi potevano. E che queste argomentazioni, di fronte agli spiacevoli inconvenienti della vita, non sono mai a me arrivati con una voce, con una voce grossa, con un grido che avrei accettato benché fosse stato grido, ma con una troppo indecifrata penuria del vuoto, con delle parole, che data la nostra statura, avrebbero leso anche quella, se non fossi stato io troppo alto da imboccare di volta in volta certi bocconi amari e chiedere come un bravo chirichetto a Dio: &#8220;fa che abbiano pietà di loro stessi&#8221;. Io, sempre stato a braccetto col diavolo, sempre poco incline a comprensioni deboli, addirittura questo. </p>
<p>Ho provato a immaginarmi chi chiama dopo la morte i vivi: se lo fa una voce amica, se tocca alla compagna del morto, o se alla madre o al padre del morto, sempre che il morto abbia ancora una madre o un padre, e se la madre ed il padre un telefono a cui attaccarsi e chiamare. Se la compagna, sia propensa a sua volta, a rendere nota la morte del compagno, o se dietro questi termini compagna\compagno, non ci siano altri meccanismi aciduli, altre pretese di univocità, di sostanziale monismo, di cui di solito i compagni pretendono, come se il compagno che è loro compagno non avesse una vita né prima né dopo di loro, e fosse rimasto imbastito come un anello, un po&#8217; sfilacciato di un bel punto a croce, nell&#8217;intersio di quel medesimo rapporto, che o senza o con precedenti storie, fosse l&#8217;unico rapporto di cui parlare. E&#8217; ovvio che non è così: allora la compagna con il morto ancora caldo, che potrebbe fare se non fingersi priva di un&#8217;agenda, sapere pure quei nomi, quelle storie, raccontate e descritte, ma senza che a quel nome si giungesse poi al numero e al verdetto che &#8220;sì, il morto è ancora caldo, accaldato, sembra che ci stia guardando, ma il numero è sbagliato&#8221;! Cosa potevano dire alla compagna del morto, se il morto allora non avesse avuto più voce, di dissuadere la compagna, che è dura cosa chiamare gli amanti, gli amati, gli ex-amati, i fidanzati, le fidanzate, le altre compagnie, poiché da costoro, voci tra voci, si sarebbero screziate le sottili congiunzioni del morto, e dal morto sarebbero venute realtà più lugubri, più oscure di quelle cui la compagna, amata ed adorata, conosceva o avrebbe potuto conoscere.</p>
<p> Anche la morte che è storia di un uomo, di una donna, fuorché non si tratti di grandi sciagure pubbliche da stadio, da tsunami, anche la morte, dicevo, che è sempre storia di uno, in presenza di tutti i numeri da chiamare, di tutti gli altri corpi da invitare, diventa essa stessa, una cosa plurale, un evento di portata collettiva. Come si trattasse sempre di ricordarci, cosa che avviene di meno nell&#8217;amore tra due amanti, che a sovrastare le tensioni singolari, siano anche quelle della morte, c&#8217;è un vincolo di braccia e di mani, un insieme di sommovimenti ondivaghi o anche coordinati, composti di gente addolorata, di persone che non avranno più cura o saranno curate dal morto, di persone a loro volta talmente strette al morto, da morire a loro volta di un&#8217;agonia lenta ma sicura (e di cui fortunatamente non mi sembra di avere mai avuto al mio fianco). </p>
<p>Addirittura ho spesso immaginato, e non a torto, anzi con estrema ed esatta ragione, che coloro che si dicevano dispiaciute per un mio dolore, per un mio spavento, per un mio perenne senso di crisi, di rottura, col tempo, estraniandosi da me ed io da loro, abbiano superato benissimo lo smacco, alcune con più di un amante-copia-informe-carta-carbone, altre volte con sani ma più lenti disciplinamenti.</p>
<p>Penso ai &#8220;chiamanti&#8221;, figure che nel mio mirabolante mondo di presagi, d&#8217;ironie crudeli se non velenose, non sono che un&#8217;istituzione, una sana istituzione miei lettori, se non siano i &#8220;chiamanti&#8221; delle figure predisposte, preposte o proposte, ovvero se al posto dei congiunti o parenti, non vi siano delle fila più invisibili ma audaci di amici, magari molto laterali in vita, che una volta morto il morto, non abbiano tutto il coraggio di quest&#8217;investitura da dichiarare sempre con coraggio e parsimonia agli altri viventi, le sfortune del caso. Ho provato a chiedermi se queste figure di chiamatori, di collaudatori dell&#8217;assenza o dell&#8217;assente, non chiamino se con voce decisa, o se dietro la voce molto incline al pietismo, non vi siano lacune o cumuli di audacia, o se dentro quest&#8217;audacia ogni tanto non si noti l&#8217;infrangimento, lo scoppio improvviso dei nervi che cedono col pianto susseguente.<br />
Io me l&#8217;immagino come fosse ora, tutti questi chiamatori, queste orde di sconosciuti quali in vita, che chiamano con nodi altri riceventi, che a loto volta richiamano per appuntarsi il giorno e l&#8217;ora del ricevimento cimiteriale, del momento in cui tutti sull&#8217;attenti vi renderete conto chi era questo strano figuro che non vi dava più confidenza, o meglio che vi disprezzava pure. Ho pensato che su quella lapide, o se si può meglio chiamare come io l&#8217;immagino, &#8220;punto di estrema silenziazione&#8221;, io possa uscire come uno dei morti, da me tanto amati di Romero, e prendere a morsi una delle vostre teste ingelatinate, ancora piena del sale del mare se è estate ed eravate semiabbronzati, o un po&#8217; ammosciata dalla freddura  se si trattava di uno di quei mesi dove la gente passa da un locale all&#8217;altro per fingere di avere tempo da sprecare. Ve le immaginate tutte quelle mani, le mie, quelle due mani, un po&#8217; anchilosate, un po&#8217; già verdastre, che spuntano dal loculo per storcervi un braccietto, un piede un po&#8217; piatto, una faccia un po&#8217; insignificante? </p>
<p>Per non parlare dei &#8220;convenuti per caso&#8221;, altri sciacalli più verminosi, del male supremo che è vivere facendo ricetta dei viventi, di coloro che a certe ore del giorno, non si sa perché e come, si trovano a fare la spesa a ridosso del cimitero, e pensano che sia meglio passare da lì dentro, per prendere una boccata d&#8217;aria stanando le certezze sugli ultimi decaduti, piuttosto che mettere su uno spuntino all&#8217;ombra del telegiornale all’ora di pranzo. Io li vedo già così, che mi dichiaro vivo e vegeto, a ridosso dello scalino che fa sponda tra i viventi e i morenti, un po&#8217; ricurvi per scorgere bene il volto sull&#8217;insegna del loculo, se l&#8217;addetto del loculo ha posato prima la fotografia e poi il loculo,  per capire chi fosse costui, da dove venisse, se fosse amico di amici, o figuro passeggero come me, sempre un po&#8217; abietto all&#8217;inquadramento, sempre un po&#8217; clown, un po&#8217; amico dei cani, delle bestie come mi propinquo a fare. </p>
<p>Li vedo tutti lì, sicuramente più numerosi dei conoscenti, questi finti tonti dell&#8217;urna funeraria, questo popolo silenzioso della morte, che sta lì, perché magari al cimitero si sta un o&#8217; più ventilati se è estate, o un po&#8217; più caldi se nevica, che si gode il ricevimento ombroso del morto, l&#8217;ultimo appuntamento che non poteva dare in vita, ma che di vita ha dato. </p>
<p>Ho anche pensato che dopo tutto questo festeggiare il morto, dopo tutti questi mirabolanti figuri, che sono lì, chi prima di un apuntamento di lavoro, chi dopo una scopata, chi con lo stomaco in subbuglio per la fame, chi un po&#8217; influenzato o con colpi di tosse, il morto rimane veramente morto, nel senso che rimane da solo. Non ho immaginato chi, dopo questa festa, possa avere il coraggio di venirlo a trovare in raggomitolata fede, in libero smarrimento, lontano dai riflettori degli occhiali degli addetti alla morte, o ai pianti delle madri-pianto. Immagino sicuramente che se questa figura fosse audace, e non avesse chiuso i conti con me in vita, potrebbe con un atto di audacia inverecondo, addirittura praticare un voodoo sul crepuscolo di marmo, e farmi parlare dall&#8217;altra parte, se ha da chiedermi qualcosa, o protendere il mio silenzio, se non vuole sentire quanto ho da dire. </p>
<p>Mi sono chiesto se si chiamano i vivi in ordine sparso o casuale. Se in ordine d&#8217;importanza o di volontà del defunto; e se non siano gli stessi vivi, anche quelli più vicini al morto, a loro volta a seguire quest&#8217;ordine un po&#8217; scorbutico, provocatorio. E se a loro volta, questi vivi, presi dal dolore a loro volta, o da uno strano senso di responsabilità a sua volta, non falcino a loro volta i numeri al cellulare, le chiamate, pregiudicando l&#8217;importanza del morto per i vivi e l&#8217;importanza dei vivi per il morto. A quel punto un intero popolo di adulati, o di stimati in vita, dovrebbe sottoporsi al proprio giudizio e indignarsi dell&#8217;ordine della chiamata per ribadire la propria importanza in vita dell&#8217;allora vivente. O se queste stesse gerarchie e gerarchizzazioni dell&#8217;importanza, non siano un semplice soppiatto, un sistema che noi vivi, diamo ai vivi, e che da morti, una volta morti, distimiamo data l&#8217;orrenda degenerazione della morte, e di mali più pietosi e penosi ci affanniamo.</p>
<p>Come dovrebbe essere l&#8217;annuncio della mia morte per voi? Un piacere, uno stillicidio, un soave punto di non-ritorno, l&#8217;unico modo per togliervi un peso da dosso, o come io l&#8217;immagino, l&#8217;inizio della vostra miniera di cose con cui non avete mai fatto a botte, l&#8217;inizio del vostro depensamento, parola di cui non conoscete che il significato  più pirotecnico?</p>
<p>Ho anche pensato il perché non si facciano delle agende preposte a queste chiamate un po&#8217; avare di parole, un po&#8217; lugubri, se non sia il caso di caricare i cellulari esistenti di una rubrica esatta, ordinata per ordine preferenziale, con la voce del morto che prima era vivo, che dà l&#8217;annuncio del proprio capitombolo come fosse ancora vivo, a quelli che si presume nel momento della chiamata siano vivi, se non addirittura in attesa della morte del morto. (Addirittura cerco in rete telefoni appositi: ma sembra che le compagnie telefoniche, ed i manovratori di voce, che sono queste medesime compagnie silenti che pare siano tutte d&#8217;accordo sul come parlare, non abbiano ancora innescato un meccanismo 3.0, 4.0, per dare una smossa alla vendita dei loro vibratori d&#8217;orecchio, e che questa risorsa di lasciare il proprio messaggio ai posteri, come si trattasse di quel paventato bottone rosso della bomba atomica in valiggetta-Nixon, non avesse ancora preso piede tra i teorici della chiamata, tra gli avvoltoi della consunzione-chiamata).<br />
Pare che l&#8217;enorme stravendita delle compagnie telefoniche in libera digressione e consumabilità non abbiano ancora elaborato un sistema di videochattata con il morto, che non abbiano ancora preposto accuratamente piccole sonde su bare termiche, che il sistema di videochiamata mortifera sia ancora sospeso per un prossimo futuro in cui i vivi saranno troppo impegnati a parlare affinchè tra le attese non si possa scomodare anche i morti, che tanto stanno lì e non hanno niente da fare che rispondere. </p>
<p>Ho pensato che questo annunciare la propria morte, in assenza di disgrazie annunciate, o in assenza di suicidi ridicoli,  possa a sua volta essere gravido di sgarbi, di dissapori o bocconi acidi: nel senso che non tutti i vivi come te e come me, hanno idea di cosa significhi morire; in quanto non tutti i vivi come te in vite come le tua, sono così profondamente pieni del termine &#8220;responsabilità&#8221;, che non significa solo che uno se sta con un altro o se è amico di un altro se ne prende cura, ma significa proprio che la cura viene dall&#8217;assenza, concetto che con tutti i libri e le citazioni, e tutti i tormenti da corpo di donna, non daranno mai delucidazioni. </p>
<p>Immagino me riposto per terra, non so se in una strada, se sullo scalone, se ai piedi di un posto movimentato o sulla riva di un luogo più assente ancora, se sulla sedia di plastica in fondo ad uno stradone, se sulla linea di un aereo proiettato su Saturno. Immagino quel figuro, quel signore o signora, quel contadino o marinaio, quell&#8217;armiere o quel folto gruppo di persone, quel dissidente o quella dissidenza propria del dissidente, farsi largo; forse un medico, uno che è esperto di polmoni o battiti, come uno di quei loschi figuri di cui la mia vita precedente fu piena: esperti in aritmie, in dodecafonie, che si appresta a soccorermi, come avresti dovuto fare tu, se fossi stata al mio fianco. O solo al mio lato. E che invece tocca all&#8217;estraneo fare, e chiamare e mettere in moto quel giro di telefonate. </p>
<p>Ho pensato anche che la mia morte, in sintonia con la mia vita, sempre più coerente, ligia allo screzio, in linea con l&#8217;indifferenza accanita, non possa suscitare che una serie postuma, molto postuma, di vaghi ricordi, di leggeri o probabili sensi di colpa, non di colpa verso me stesso, cui son certo che nessuno degli obliati abbia a pena,  ma quella colpa un po&#8217; più avanzata, un po&#8217; più filosofica, che io conosco, e che è preposta non già agli errori commessi quanto a tutto il calvario di quelli commettibili, a tutto l&#8217;innesto, l&#8217;insindacabile osceno innesto, delle cose potenzialmente interrotte. Ho pensato che la morte, ancora di più della vita (è concetto troppo sublime questo per innescarvi dolori dissapori o ripensamenti) sia molto più traumatica della vita, non già più traumatica perché mortale, ma più traumatica perché chiude un silenzio che si può distruggere ma non si distrugge: purtoppo non si distrugge. Mi è così parsa amara la morte.</p>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 00:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2010/10/villepirates7.png"><img src="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2010/10/villepirates7.png?w=600&#038;h=442" alt="" title="villepirates7" width="600" height="442" class="aligncenter size-full wp-image-652" /></a></p>
<p>Da quel momento parlai poco, sognai lo stretto necessario.<br />
Ammiravo solo gli uccelli trasmigranti di Mentawai in sintonia coi Tsunami, il contatto coi cani che disprezzavano la parola da progenie.<br />
Mi affacciai al lato bestiale. Comprendesi il freddo, la paura.<br />
Erano parole elementari.</p>
<p>Discernevo con immobiliaristi turbati da certi gesti miei non abituati in anni di lavoro. Dietro il sipario dell&#8217;uomo taciturno, restavo un alieno. Non indossavo vizi canonici né gesti prevedibili: il vocione agli ingressi dei bar, la chiarezza come qualità principale. Possedevo armi segrete e tonnellate di cinismo &#8211; qualcuno mi avrebbe ammirato per questo -, ma di solito predominava l&#8217;ambiguità. Vivevo l&#8217;identità tra strati e striature.  Scannerizzavo gli altri, ne attestavo velocemente i disagi, le stretture, le piccole piccole manie.  Si trattava di un affare potenzialmente minaccioso. </p>
<p>Rimanevo in borghese, e cosa più importante, in una solitudine a me estranea&#8230; non ero stavolta io ad isolarmi, a sua volta l&#8217;esistente si distaccava da me. Non chiamavo nessuno, ma nessuno a sua volta mi cercava. Mi chiesi se l&#8217;indifferenza pubblica, sociale, emotiva, non mi avesse dilaniato del tutto. </p>
<p>Non era mai stato vero che le virtù restano intatte, ed immutate. Solo i positivisti la pensavano così: incuranti delle variazioni, delle possibilità, degli sciagurati fallimenti. Si trattava solo di menzogne. Ero estremamente convinto che l&#8217;io fosse l&#8217;altro, e che la solidità o la felicità si venissero a creare solo sulla scorta della similitudine. Ero stato più dell&#8217;insieme di una vita, e vista a ritroso, la combinazione di queste esistenze interrotte, mi liquidava a poco a poco in una serie disordinata di compossibili, di proiezioni al futuro quali sarei stato. Mi sembrava di avere conosciuto una gioia infinita solo per pochi istanti, e per quanto parchi, al momento quei dettagli firmavano un miraggio degno delle migliori avarie del deserto. Di fronte a quegli io proiettati a misura di cenere del tempo, di fronte a quelle immagini sconquassate, provavo un dolore che solo l&#8217;indifferenza quotidiana poteva allontanare. Il pensiero veniva sempre influenzato e smosso dall&#8217;altro. Io era l&#8217;altro. E così discernevo senza lamento.</p>
<p>Il mio temperamento aveva subito lo stesso processo di armonizzazione della voce di Will Oldham, per quanto uniforme, o consapevole: aveva perso le stonature significative del disordine, andava meglio ma non era più la stessa cosa. Era più un cosa normale, e la normalità si accompagnava sostanzialmente alla noia, la peggiore delle mie paure. Era il contrappeso esatto dei sogni di gloria. </p>
<p>La mia testa era priva di risposte e nozioni. Contemperava l&#8217;assurda coesistenza degli estremi. Diffidavo dell&#8217;autocommiserazione di Cioran, dei possedimenti materiali di Emo, della solitudine di Stirner. Pensavo che in ogni epoca mi sarei marginalizzato volontariamente, che sarei rimasto da solo comunque. Immaginavo la filosofia come una nicchia con più loculi e dentro asserragliati una miriade di resti inceneriti, di ossa disperse di una sofisticazione troppo effimera per coesistere insieme alla brutalità del mondo. Il mondo aveva bisogno di rimuovere, di scartare, di fare spazio a nuova carne. Ammiravo ancora Severino per quella storia degli immutabili, nel senso che tutto resta in potenza, sebbene in assenza di corpi e di specie. Mi sembrava vero dal momento che ritenere il contrario, significava attribuire alla parzialità che dunque siamo, un valore troppo largo per i margini che ci erano stati affibiati per poco in via di gestione e forza maggiore.  Ammiravo le conferenze di Derrida, così incoerenti, disordinate, prive di uno sbocco logico. Mi chiedevo come potessero convivere sulla stessa bacheca Sloterdijk, audace e folgorante, con le visioni carnali di Nancy, che svalutavo poco a poco nonostante mi appartenesse. Vedevo Hegel l&#8217;ossesso in ogni cosa, vedevo rantolare ogni parola attorno a quello stile categoriale, impossibile per il fatto di non offrire una multipla della sintesi. La filosofia era una pura constatazione a posteriori hegeliana, consentiva poco ai posteri: tutto si muoveva nell&#8217;esoterismo di un linguaggio, che sganciato dai preamboli, sarebbe rimasto solo una letteratura più pretenziosa. Si trattava di puri rapporti di forza, e poi di una lunga cristallizazione, basata su equilibri inesatti, ineguali. Mi sembrava che la filosofia aiutasse meglio ad errare, che fosse un anagramma sbiadito nella lenza dei secoli.</p>
<p>Sentivo la vocazione interrotta, scivolava tra le costole, spariva sul finire della lingua; non c&#8217;era più bussola, nessuno mi chiedeva cosa significasse per me, che limite interiore risiedesse in questa perdita e cosa fossi davvero io senza più questa vanità, quest&#8217;oggetto. Non che mi venisse chiesto qualcosa di meglio, di più o meno importante. Sostanzialmente di fronte ad una domanda avrei posto un&#8217;altra domanda e poiché nessuno domandava, nessuno mi deludeva. Avevo lanciato altri modi di esistere, più semplici, molto meno verbali. Portavo la nostalgia non dei giorni passati, che non significavano niente, quanto dell&#8217;attaccamento vigoroso della mia pelle al sangue alla gioa ed al dolore dei giorni andati nell&#8217;incomprensione. Non mi mancavano i ricordi, non mi mancavano le persone, mi mancavano gli innesti &#8211; i profondi innesti -. Compreso che il soggetto è una foglia al vento,  calcolavo solo il peso insindacabile della verità, del dolore, della morte e della vita. Io non ero propenso all&#8217;accentramento, non desideravo la solitudine, benchè detestassi più la folla o le false compagnie. Pensavo che l&#8217;identità fosse una combinazione perfetta e che si esercitasse sempre e solo sull&#8217;altro, e se l&#8217;altro differiva, ne differiva l&#8217;identità a suo seguito. Di fronte agli altri non ero mosso che da stimoli basici: l&#8217;attesa, gli odori quasi sempre sgradevoli, la visione delle mani che bastavano a chiarirmi la natura dell&#8217;interlocutore. Non osservavo più gli occhi, la bocca, i volti&#8230; si trattava di vantaggi che non potevo più concedermi. Riuscivo nonostante la carenza di un punto di vista ad abituarmi a questa nuova condizione umana, con imperativi ergonomici che richiedevano meno fatica. Mi adattavo bene.</p>
<p>Volevo un posto sulla terra. </p>
<p>Durante il giorno, privato di sfogare alcune ossessioni nel suono, rivedevo i fatti al rallentatore. Nonostante fossi motivato da pretesti generosi verso il revisionismo storico,  non ero capace di fermare i momenti della mia vita per analizzarli. Rivedevo me stesso sotto una luce così ravvicinata che lo stesso presente mi sembrava più lontano del passato.  Il mondo era sull&#8217;orlo di una catastrofe che desideravo.</p>
<p>Il mondo era oscuro, smosso dalla spinta atomica che aveva scombussolato la direzione del niente molti miliardi di anni prima la mia apparizione. L&#8217;ecosostenibilità dell&#8217;angoscia aveva mutuato la specie per puro sommovimento ideologico, con la semplice ascendenza planetaria, rinfrancando i suoi coabitatori oltre la stima del senso, oltre gli innumerevoli giri di gravità. A confronto delle masse nere, cofagitate dal rigurgito delle screpolature oceaniche del moto perpetuo, il linguaggio che c&#8217;eravamo dati, nonostante il mondo, i popoli, le specie, proveniva da una memotecnica molto meno in forma sul piano della complessità, povera di spiegazioni e di aggettivi. Più che di libri, avevo bisogno di ripassare tutte le parole da zero (questa cosa mi provocò imbarazzo e me ne provoca ancora). Quel contesto umano, ereditato per puro caso, presso cui noi eravamo forme vivide di funzionalismi e coefficienza, sul piano più megagalattico, senza che si trasformasse in fantascienza, fu come la pietra per i primitivi. Ci affaticavamo per lunghi anni azzerati da rimorsi coscienziali, nuvole craniche, metamorfosi dei sensi di colpa e del perchè tutto quanto, mentre migliaia di tonnellate di materia sterile si riorganizzavano nella riconfigurazione planetaria del movimento spaziale. Questo era troppo anche per noi, le nostre parole troppo circoscritte per lo spazio invisibile. </p>
<p>La realtà cominciò da quel momento a sembrarmi scollata, posticcia, pagliaccia. Quel trasporto psichico che aveva accompagnato gran parte dei miei interessi, fossero essi solitari o condivisi, cominciava a produrre una nausea quasi piacevole. Anche quando tagliavo i pomodori, raccoglievo la merda dei cani, aprivo gli sportelloni dell&#8217;auto, mi fermavo dal benzinaio o acquistavo dei dolci, quando mi soffermavo lentamente sui corpi dei passanti senza che vedere in loro nulla che potesse fondamentalmente interessarmi, mantenevo una pellicola tra i miei sentimenti ed il mondo circostante. Non potevo condividere certe cose che erano protette dal sacro, io non barattavo gli esseri umani, non mischiavo le materie, ne le ricreavo in laboratorio. Il silenzio congelava lo stesso significato di quei gesti, e dall&#8217;esterno sembrava che fossi incapace di formulare giudizi. Mi ero abituato a dei ritmi molto più umani, pacati, perchè quando venivo attraversato da momenti di crudeltà o di follia, essi venivano mutilati da un dispiacere molto più profondo che mi attraversava. Mi sembrava che laddove io non potessi rafforzare le mie vicende, stessi vagando in una direzione erronea, e così mi rintanavo in quel mondo senza più pretendere niente. Immaginavo che fosse necessario che conoscessi anche questa direzione, che fosse fantomatico abituarmici, che questa direzione fosse stata segnata da una serie di notabili, di medici, di politici e che quello era il mondo attorno a noi. Ma nella stessa maniera in cui ero calmo, o sembrassi umani, nei sotterranei delle vene, delle sinapsi lucenti, del sottile piano di guerra che preparavo di notte, riequilibravo a poco a poco tutto quanto come si trattasse di contraccambiare i pugni con un&#8217;arma segreta, che non sarebbe stata una lotta, quanto una dissoluzione immediata. Sarei arrivato lentamente al centro dell&#8217;estinzione.</p>
<p>Sognavo addirittura altri corpi per i quali avrei volentieri affittato certi presupposti basici: i passeggeri ottundimenti chiamati allegria, gli stratagemmi per camuffare il nervosismo vivendo a patti col circondariato. Dal momento che ero stato tradito da chiunque, in particolare dalla mia famiglia (che chiamavo così solo per senso d&#8217;individuazione), mi sentivo, anche se solo, più libero di trovare origini indefinite. Roma era penosa. Il malessere generava ansia ovunque, bisogni di tecnologia, sete di condivisione, perché c&#8217;era il vuoto al centro del reale, gli altri necessitavano che lo spazio si riempisse centimetro per centimetro di cose sempre più futili. Era quel vuoto la casella vacante che avevo lasciato integra per poter vivere. I raggi si disperdevano a propagazione diretta sulla miriade di possibilità che tuttavia esistevano. Piano piano persi le mie vecchie abitudini. La molteplicità non m&#8217;interessava più, né come concetto logico né filosofico. Non parlai più d&#8217;immanenza. L&#8217;unica parola che continuava ad avere un senso era l&#8217;alterità, ma spogliata di tutto l&#8217;ebraismo e la comprensione che coloro che mi amavano non mi avevano restituito. Se il Dio ebraico era il dio della colpa io non conoscevo più questa colpa, conoscevo l&#8217;assenza, e necessitavo di un rapporto che fosse sostanzialmente vero. Necessitavo di qualcosa di autorevole. Ritenevo che la soluzione fosse proiettarmi oltre l&#8217;impensato, tra la miniera buddhista e l&#8217;astronomia estrema. Non m&#8217;interessavano le croci: non ero né cristiano, né cattolico né ateo. Sullo sfondo conservavo un&#8217;ibridazione discombaciante che richiedeva molte ore di lettura che non ero più propenso a sostenere. Avevo bisogno di troppi anni per rileggere tutto quanto. Qualche volta mi concentravo su di un punto del mio corpo, mi concentravo a fondo, e mi riconoscevo nella precisa estensione dove poggiava lo sguardo e così riprendevo possesso della doppia voragine mente-corpo.</p>
<p>Via Europa 29 era una strada che mi capitava di scrivere ogni tanto per errore, quando confondevo il mittente. Si trattava di poche lettere, di un numero civico. Napoli non mi mancava se non per certe passeggiate notture dal Vomero ai quartieri spagnoli. </p>
<p>Le cose scivolavano su percorsi di ghiaccio, l&#8217;aria si faceva gelida ed il palato secco. Non c&#8217;erano innesti ideologici stavolta; avevo traslocato e con me finiti i tempi di un luogo stabile, di un appartamento di proprietà. Ripresi vecchie fotografie per confrontarle al presente: c&#8217;era stato un caos totale nei miei luoghi precedenti sebbene retto da un&#8217;apparente equilibrio. Erano tutti luoghi abbandonati. Provai un certo terrore quando vidi alcuni nuovi vicini, tra questi una coppia di anziani che camminavano abbracciati e camminano abbracciati sempre. Provenienti da un testo di Flannery O&#8217;Connor versione splatter, si vedevano ad orari impossibili: all&#8217;alba, prima che tutti mangiassero, la notte, a certe ore della notte. Vicini al delirio di Bosch, più enigmatici di un teorema pitagorico senza calcolatrici, ossessivi come una zanzara all&#8217;ora del REM, i due lanciavano a tutti, compreso me, inconfondibili segnali di morte. </p>
<p>Immaginavo che se fossi morto tu mi avresti ricordato sempre come una persona incapace di esistere ed amarti. </p>
<p>Mego si apriva la strada a varchi in avanti, ondivagando nel precedere i miei passi. Non sapeva niente di me; di Napoli, soprattutto. Non mi chiedeva chi fossi. Mi fissava dal letto che trovavo caldo. Si posava sui miei vestiti, mi traferiva la sua dose bestiale, mi leccava i capelli. Teneva aperti degli spiragli di benessere. Non m&#8217;interessavo a lui per gusti estetici o radicamenti intellettuali. Quel bene era superiore a qualunque discorsività, non aveva ragioni né misure. Non aveva voce, non potevo dirglielo. L&#8217;averlo strappato al randagismo, alla fuga, alla ricerca del cibo, ai bisogni primari ricambiava i criteri dello scambio eco-sostenibile. Diventava umano nella proporzione in cui io mi disumanizzavo, diventava consapevole alla maniera di come mi si sbiadiva il galateo, le attenzioni. Fu un bilanciamento costante, uno scambio reciproco. Il suo cuore batteva dissestato sulle mie braccia. Aveva bisogno di calore, mentre io di comprensione psichica, ma non di parole. </p>
<p>In solitudine inventavo sistemi chimici, rivedevo mondi occulti, tornavo a braccetto con l&#8217;Universo. Di quei momenti solitari restai unico luogotenente. Mi ritagliavo piccoli spazi mentre gli altri dormivano: dal loro sonno POTEVO, intercettavo le indecisioni, le angoscie, nozioni che di giorno avrebbero nascosto. Finiti i giorni della condivisione collettiva, l&#8217;altro ora mi appariva come un concetrato di atomi, un ammasso di sostanza decomponibile, una carcassa vocale dotata di leggi imperfette. </p>
<p>Mi svegliai nel sudore e nelle lacrime, una mattina, dopo un sogno devastante. Avevo un macigno sul cuore che mi ossessionava da mesi. Esso mi apparteneva nella misura in cui non mi apparteneva più, ed anche perché mi apparteneva ancora. E se fosse stato mio quel macigno, se io avessi saputo la verità, la mia vita sarebbe immediatamente cambiata. Si trattava della pietra filosofare per eccellenza, riguardava la vita e la morte, si trattava di sangue non più stagnato, ma vivo da un&#8217;altra parte, in una zona segreta. ma altrettanto vivente. Si trattava di una porta che non avevo più il consenso di aprire. Era una porta blindata fuori e dentro di me. Sapevo cosa c&#8217;era dall&#8217;altra parte, ma restavo sulla soglia di questa immagine che non mi faceva vivere. Mego si avvicinò, si pose sul collo, intercettò questa problematica e guaì con me. La cosa mi distrusse. Ero diventato un animale o solo l&#8217;animale mi capiva? </p>
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		<title>has been</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 23:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamento ad ora insolita]]></category>
		<category><![CDATA[le cattive abitudini]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;erano uccelli di rame, staccionate e ginocchia di rame, odore di sperma e biscotti. L&#8217;occulto dei poltergeist feroci manifestava la sua brillantezza, la sua onnipresenza sempre. Barcollavo tra la vita e la morte, acceso dall&#8217;individuazione, pronto al verbo, pronto a scopare. Il titanio scivolava tra la lingua e i denti, il verbo era titanio come [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=546&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;erano uccelli di rame, staccionate e ginocchia di rame, odore di sperma e biscotti.<br />
L&#8217;occulto dei poltergeist feroci manifestava la sua brillantezza, la sua onnipresenza sempre.<br />
Barcollavo tra la vita e la morte, acceso dall&#8217;individuazione, pronto al verbo, pronto a scopare. </p>
<p>Il titanio scivolava tra la lingua e i denti, il verbo era titanio come quelle cose di titanio chirurgico, come il piombo nel sangue, il rigetto della primavera ai primi temporali improvvisi, come il rigetto dei corpi per l&#8217;inverno o il rigetto generale, come un pegno generale d&#8217;assenza. Faticavo a riconoscere corpi senza cicatrici e valutavo la loro grandezza in proporzione alle espressioni corrugate, le lievi esitazioni, le cattive abitudini. Non erano cicatrici, quelle che gli anelli sputavano fino alla fine; non c&#8217;era marginio anche dopo cicli stagionali: non si trattava di passarsela liscia. non c&#8217;erano spiegazioni, e nemmeno vi furono chiarimenti. Passarono donne truffauniane o coreane, figuri tarantiniani; giovani emulatori, perlopiù. C&#8217;era qualcosa che inumidiva le pareti da dentro, bisognava fare le valigie per tornare a casa; andavamo sempre di fretta, per lotta ad ostacoli.<br />
C&#8217;era il bisogno di un posto eterno sulla terra.<br />
Bisogno di un luogo reale, <em>di un luogo vero</em>. </p>
<p>Discernevo con fatica, ripulivo la ceneriera, spazzavo via la polvere. Via Riva di Reno 32/34. </p>
<p><a href="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2010/10/e29591-virginie-lamarche-untitled-1copy.jpg"><img src="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2010/10/e29591-virginie-lamarche-untitled-1copy.jpg?w=467&#038;h=373" alt="" title="║ Virginie Lamarche untitled-1copy" width="467" height="373" class="aligncenter size-full wp-image-570" /></a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/546/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=546&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Articolo precedente</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 02:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
				<category><![CDATA[La spiaggia prima del mare]]></category>
		<category><![CDATA[cani inseguitori]]></category>
		<category><![CDATA[dead c]]></category>
		<category><![CDATA[guerre omayyadi]]></category>
		<category><![CDATA[il lamento sul sentiero]]></category>
		<category><![CDATA[incendio]]></category>
		<category><![CDATA[la millesima parte di niente]]></category>
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		<description><![CDATA[Arrivammo l&#8217;incendio sulla penisola, su quel pezzo di terra nel mezzo di quella riunione di vecchi porci, di vecchi camorristi. Scendemmo dalla macchina, ci fotografammo come eravamo soliti fare, scorgendoci tra flotte maiuscole, tra cani inseguitori esplulsi a velocità maghetiche percorrendo dighe di latta io e te. Attraccammo a mezzogiorno in Alta Arabia con tutte [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=257&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivammo l&#8217;incendio sulla penisola, su quel pezzo di terra nel mezzo di quella riunione di vecchi porci, di vecchi camorristi. Scendemmo dalla macchina, ci fotografammo come eravamo soliti fare, scorgendoci tra flotte maiuscole, tra cani inseguitori esplulsi a velocità maghetiche percorrendo dighe di latta io e te. Attraccammo a mezzogiorno in Alta Arabia con tutte i tuoi lapislazzuli nei fustini di Dixan con quella manovella plastica che ti sfondava la mano. Mi guardavi oceanica, mi guardavi con gli occhioni ragianti, ti fidavi molto di me. illumavano col solito presagio apocalittico quegli occhi che mi stendevi davanti come un tappeto cinese, io lo percorrevo tra l&#8217;angoscia, nell&#8217;invisibilità di passi senza suono, tenendomi aggrappato al tuo braccio esile che mi portavo come un cordone ombelicale.  </p>
<p>A volte è prevalso il senso di colpa, o una rabbia sconosciuta perché il rapporto nostro che si formava, prendeva spazio ad un passato che mi portavo di peso addosso, e per solo questo motivo, mi sembrava che fossi giunta troppo presto, per fare pulizia.</p>
<p> Abbiamo viaggiato tra luce e spazio tutti le guerre Omayyadi, tutte le radure dove sfoggiavano i cavalli meravigliosi, e siamo arrivati nel deserto con scorte di liquidi sacri senza bisogno di fontane nascoste; senza bisogno di niente. Abbiamo trascorso un giorno intero nelle coperte, sotto il marmo della finestra della camera da letto, a non fare niente, ma solo respirandoci addosso. La sabbia cristallizata  tra i capelli, divagando sulla carestia ed i conti cifrati, dato che nell&#8217;altrove di un paese senza geografia, c&#8217;era solo materia chimica, parole omesse, gesti d&#8217;appartenenza clinica. Tu ed io foderammo l&#8217;Oceania, pittammo l&#8217;albero di nero che riprese a crescere, anche quell&#8217;albero figlio di Dio, come il creato, cospargeva cenere e carbone macchiandoci il tessuto delle mani. Lo piantasti nel retro del tuo giardino, e mi sembrava impossibile che crescesse. Tra noi due, non c&#8217;è stato viaggio cosmico che non abbia percorso tutte le guerre e tutti i miraggi di quei guerrieri che arrivavano sfasati sul terriccio, ridotti alla loro millesima parte, ma in pace verso il sole, che non abbia fatto voto di parola come sua missione assoluta. </p>
<p>Ci siamo tenuti esilmente per mano, ci siamo compiaciuto di una malattia a volte nostra, a volte solo tua, e tua soltanto.<br />
Abbiamo varcato l&#8217;Eden, tenendoci sulla rima di ghiaccio, abbiamo asfaltato quel ghiaccio, tra manchevolezze, colpi di scena, colpi alla nuca. </p>
<p>Anche tu riluci, le giornate sorgono e la terra rotea e dentro il nostro cervello, senza abbandonare la paura, c&#8217;è un presagio micidiale che ci dà capogiri, che ci accompagna al sentiero. </p>
<p><img alt="" src="http://www.heyhotshot.com/blog/blogimages/witness_number_7_by_todd_hido/hidooccupied.jpg" class="aligncenter" width="355" height="469" /></p>
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		<title>Solo a presiedere la fortezza</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 22:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ravedeath, 1976</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apparizioni o incontri]]></category>

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		<description><![CDATA[Faticavo sempre a raggiungerti su quell&#8217;ultimo piano, caro g. Quel palazzo si reggeva su sciabole di samurai pendenti, le scale come clessidre di sabbie mobili mi confortava scalarle tenendomi con le spalle al muro. L&#8217;imboccatura del tuo ingresso era l&#8217;apice di una soglia scalare: ti bussavo sull&#8217;orlo di quel congegno di sicurezza tra te, il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=112&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faticavo sempre a raggiungerti su quell&#8217;ultimo piano, caro g.<br />
Quel palazzo si reggeva su sciabole di samurai pendenti, le scale come clessidre di sabbie mobili mi confortava scalarle tenendomi con le spalle al muro.<br />
L&#8217;imboccatura del tuo ingresso era l&#8217;apice di una soglia scalare: ti bussavo sull&#8217;orlo di quel congegno di sicurezza tra te, il tuo interno, e la tana un po&#8217; grigia che era questo avamposto su quelle scale sempre vuote. </p>
<p>Non abbiamo detto addio alla casa, ci siamo visti come sempre accadeva, abbiamo taciuto che fossimo lì insieme per l&#8217;ultima volta.<br />
C&#8217;è sempre revisionismo tra le mura di una casa. </p>
<p>Noi siamo sempre stati pari io e te, dall&#8217;inizio fino a quel momento, quando diventammo ad un tratto dispari, come se ci fossimo dimenticati di qualcuno,<br />
come se qualcuno o qualcosa si fosse sottratto a noi. Chiamare qualcuno è come resistere ad un naufragio. C&#8217;è agonia nella resistenza.<br />
Il presente stesso appare come una resistenza solitaria&#8230;<br />
&#8230;è come se fossi rimasto solo a presiedere la fortezza&#8230;<br />
Come se dovessi conservare un filo, consegnare una lettera, recapitarla a destinatari assenti,<br />
assicurarsi di averla persa per sempre.</p>
<p>Quella notte lo spiritismo ci venne in soccorso: I, che era sempre propensa ad ascoltarci, più di quanto la chiamassimo per strapparla dal suo silenzio, ci tenne compagnia come un ospite oscuro in un videocitofono tra vetrate catramose e rovine di rosari. Talvolta i rapporti diventano pura abitudine, pura presenza.<br />
Le persone sfilano qui e lì, qualcuno cade stramazzato al suolo, qualcuno sparisce dallo scenario&#8230; qualcuno semplicemente sviene, o crolla.<br />
In certi momenti di disagio il panorama marittimo assume una soluzione spontanea basata sull&#8217;idea dell&#8217;annegamento definitivo.</p>
<p>In parte il passato si reggeva di queste equazioni di causa-effetto, cosa che ai miei occhi abolisce ogni crudeltà. Del resto non c&#8217;è niente di crudele nell&#8217;idea che qualcosa di terribile possa accadere. La causa e l&#8217;effetto portano solo a credere che una cosa sia tale in funzione di un meccanismo che nemmeno si ha interesse a conoscere, e nelle abitudini si consolidano troppe certezze che farebbero comunque fatica, da sole, senza il movimento rotatorio ella ripetizione, a significare qualcosa. Nell&#8217;abitudine tutto sembra inevitabilmente giusto, ma basta darsi assenti ai lavori, per dimenticare volti e corpi in pochi pochi istanti. A volte accade questo, a volte accade.</p>
<p>Ogni tanto bisognerebbe sparire.</p>
<p>Eravamo intorno a quell&#8217; appartamento incendiario, schiacciandoci le materie sinaptiche a velocità turbolente.<br />
Tu ed io, e così ti ricordo, così da vicino, che quasi potrei parlarti ad un passo dal naso, se non addirittura stringerti.</p>
<p>Il linguaggio se prende confidenza riesce a balbettare verità da capogiro. Io ho difficoltà a riassumere il mio lungo arco di tempo, perché non c&#8217;è stato mai alcun coefficiente solido tale da farmi allontanare il sospetto che non si trattasse di un lungo errore, il presente. </p>
<p>Sapevamo  io e te, che si stavano già disponendo, uno ad uno i naufraghi, e del resto anche tu come me, eri al centro di un&#8217;onda che tuttavia conteneva un gettito ridicolo per le catastrofi successive. E&#8217; stato un silenzio a più matrici simile ad un esperimento privo di annotazioni.<br />
I miei legami storici saltarono progressivamente tutti, a volte me ne accorsi, a volte no, certi vuoti continuarono a brillare nel loro spendore tra i miei sogni.<br />
Io ho taciuto su questi vuoti perché c&#8217;è ancora qualcosa di sacro che li accompagna. </p>
<p>Qualcosa di sacro è sempre un delirio.<br />
Io non vedo uscite.</p>
<p>Quella notte stemmo tutto il tempo sul balcone  ed uno strano figuro che abita più in alto di te, prendeva nota di tutte le nostre parole. Quando alzavo la testa lo vedevo in penombra un po&#8217; sporto per noi, sempre di lato, cacciava la testa ai margini di quell&#8217;impalcatura di muraglia e poi si ripiegava, per timore che i tratti del suo volto diventassero troppo riconoscibili a noi due. Era forse il volto di Dio?<br />
Sentivo una penna che faceva leva sull&#8217;agenda, sapevo che costui avrebbe preso nota di tutti i dettagli.<br />
Quel figuro al passo della notte mi è sembrato sempre meno inquietante, sempre più terzo per noi, il nostro caro terzo.</p>
<p>Certi giorni mi capita di vedere tra la gente alcuni volti conosciuti, sbucare in mezzo a qualche tratto ancora più segnato, magari reciso o sfigurato da strane addensazioni purulente che si manifestano sui volti delle persone che di solito non vanno di corpo regolarmente.<br />
Sembra che di persone zeppe di questi meccanismi virulenti ce ne siano a migliaia per le strade e che il loro ruolo sia quello di nascondere ancora meglio tutta la massa silenziosa ed indistinta che si aggira sugli stradoni come fosse un plotone da esecuzione sommaria in gita scolastica. E così le strade sono piene di camuffati e camuffamenti, ed i volti si dividono in quattro-cinque categorie capillari: raggruppamenti etnici, organizzazioni primitive, sparuti elementi paraossessivi (di quelli che s&#8217;incontrano alle stazioni dei treni, di solito oltre i cinquantacinque anni) queste rispondono ad un ruolo, con in testa i capo-guida, cioé questi uomini dal volto  in autoconsunzione che attirano su di loro ciò che si nasconde alle loro spalle.<br />
Di solito prendono i primi posti della fila, di solito sono orribilmente brutti.</p>
<p>  Rivederti ha riaperto l&#8217;assenza, il tempo.<br />
  Abbiamo riso tantissimo.  </p>
<p><a href="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2009/06/bcnmera.jpg"><img src="http://harpsfuchsiakalmia.files.wordpress.com/2009/06/bcnmera.jpg?w=500&#038;h=499" alt="" title="bcnmera" width="500" height="499" class="aligncenter size-medium wp-image-932" /></a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/harpsfuchsiakalmia.wordpress.com/112/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=harpsfuchsiakalmia.wordpress.com&amp;blog=7835288&amp;post=112&amp;subd=harpsfuchsiakalmia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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